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La lotta paga!

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4 giugno 2011

Egregio direttore,

il ritiro del piano, come risulta dalle dichiarazioni fatte dall’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, oggi a Roma al tavolo con i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, è un primo e importante risultato conseguito in virtù di una lotta dura e tenace dai lavoratori del settore. Ora, però, non bisogna per nulla abbassare la guardia, ma occorre esercitare la massima pressione per salvaguardare e rilanciare questo importante settore dell’industria pubblica italiana.

Il piano di Bono prevedeva la chiusura di due interi cantieri navali (Sestri Ponente e Castellammare di Stabia), il ridimensionamento di altri (Riva Trigoso ma anche Ancona), ridotti a “cantieri officine”, ossia cantieri che non costruiscono più navi ma assemblano soltanto alcune parti dello scafo, più altre riduzioni occupazionali in diversi cantieri, confermando così l’obiettivo della privatizzazione e dismissione della cantieristica pubblica nel nostro paese, senza alcun progetto per il futuro di un settore industriale così strategico.

Chiamano “piano industriale” e di “riorganizzazione produttiva” un piano di tagli di oltre 2.500 posti di lavoro, corrispondenti a circa il 30% dell’insieme dei dipendenti “diretti” nel gruppo Fincantieri, oltre a diverse migliaia nel sistema degli appalti e nell’indotto, e di trasferimenti (definiti “mobilità interna”) di lavoratori da Riva Trigoso a Muggiano oppure da Sestri Ponente a Monfalcone o Marghera, ecc.

Oltre a questo, il management aziendale punta a somministrare una sorta di “cura” attraverso gli “ultimi ritrovati” Fiat/Marchionne: orari plurisettimanali a piacimento aziendale, 3° turno obbligatorio e non più da concordare con le Rsu, sabati e domeniche lavorativi se si riterrà opportuno ecc. ecc.

L’opera di smantellamento, prospettata dall’amministratore delegato Bono e avallata dal governo Berlusconi, è del tutto simile a quella già attuata con un’altra grande azienda pubblica a carattere strategico, l’Alitalia: un’opera fatta solo di tagli all’occupazione e nessun investimento, nel mentre altre compagnie (Lufthansa ed Airfrance) investivano in innovazione, nuove rotte e nuovi vettori.

Altro che crisi della cantieristica! Occorre un rilancio della produzione navalmeccanica, anche per rispondere ai bisogni sociali e ambientali, e quindi un rilancio che sia alternativo a quello attuale che è di carattere militare: ad esempio, occorre dare maggior impulso alle “autostrade del mare”. È necessario, infine, un intervento diretto del governo con nuove commesse e con il blocco della privatizzazione della Tirrenia e delle altre compagnie di navigazione.

Spartacus

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