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La mia Grande Guerra

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4 novembre 2008

Caro Direttore

ho scritto a Lei due giorni or sono alcune considerazioni mie su quella enorme tragedia che è stata la Grande Guerra, ma non le ho viste pubblicate, non so se fossero meritevoli di censura o se la mia scarsa dimestichezza con l’elettronica mi abbia fatto commettere qualche errore di trasmissione. Mi permetto di citare da “National Geografic” novembre 2008 di Mario Monicelli: “Io sono del 1915: conservo qualche immagine di mio padre, giornalista, che partiva come inviato al fronte, ma soprattutto ricordo che durante la mia infanzia e giovinezza della guerra parlavano tutti. Padri, zii, parenti più grandi: tutti avevano aneddoti da raccontare, drammatici o magari divertenti. Raccontavano di cinque milioni di persone trasportate come bestie dalle loro poverissime campagne fino al confine nordorientale, costrette a vivere e a morire per quattro anni in trincee gelate d’inverno e torride d’estate, spesso con equipaggiamento insufficiente e agli ordini di comandanti incapaci. Uomini che in grandissima maggioranza non sapevano nè leggere nè scrivere, non parlavano italiano, non sapevano neanche di essere italiani;…. E poi c’era la versione ufficiale: un popolo eroico che era accorso di slancio a liberare dal giogo straniero i fratelli di Trieste e Trento”.Di mio aggiungo che i reduci della Grande Guerra che io ho conosciuto da bambino, contadini e muratori ormai in età da pensione, parlavano pochissimo e malvolentieri di quelle loro esperienze; non erano certo in grado di scrivere libri di storia, e la maggior parte non partecipava al Corteo del IV Novembre. Uno di loro, che era stato “conducente muli” e lo diceva con orgoglio, una volta che aveva un po’ più di “nostranello” in corpo mi aveva spiegato quello che probabilmente era il sunto della loro saggezza: “scte voeut salvass te da sctà: danonz di muij, dadrè di sciopp, lunton di matòcch”. Davanti ai muli poichè col muso ti danno al massimo una spinta, se stai dietro con un calcio ti ammazzano; dietro ai fucili poichè il rinculo non fa gran danno, la pallottola esce davanti; lontano dagli imbecilli poichè son pericolosi in tutte le direzioni. Chi fossero gli imbecilli me lo ha lasciato immaginare.
Ho conosciuto anche qualche Triestino e Goriziano ed ho letto i Giornali dell’epoca in occasione di una rievocazione fatta a Cortina D’Ampezzo una quindicina di anni fa; sia dalle testimonianze dirette che dalle letture mi pare di aver capito che quelle popolazioni non fossero così plebiscitariamente ansiose di essere liberate.
Ciò detto onore ai caduti… ma se potessero parlare loro

Lucchina Luciano

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