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La mia vita con e senza la voce ed i ‘click’ di Miriam Makeba

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10 novembre 2008

Era la voce che piú amavo da ragazzo, forte, melodiosa, distante, esotica, morale, viva.
La sola a schioccare davvero, perché la lingua di sua madre, lo Xhosa, aveva mutuato suoni inauditi dal Koi’San, l’idioma dei Boscimani, che non ha vocali né consonanti, solo tonalità di ‘click’ diversi. E’avvenuto durante la loro migrazione, la piú vasta che l’umanitá abbia conosciuto, dal Centrafrica, o appena si sono stanzializzati pochi secoli fa, non molto tempo prima degli Olandesi, presso il Capo di Buona Speranza. So pronunciare da allora n’QoQotwane, dove ogni Q è un forte schiocchío, un’esplosione di forza indomita. “Gli Inglesi la chiamano la ‘canzone del click’, perché non possono pronunciare nQoQotwane” detto dalla ragazzina carina, con le nere braccia sinuose salde avanti a stringere il microfono sapeva giá di sfida, all’inizio degli anni sessanta.
Non tornò da un viaggio a Venezia, e dopo un anno passato negli States, mentre la sua fama cresceva, il Governo dell’Apartheid le negò il visto per rientrare a seppellire la madre.
Diverse volte si è rialzata, dall’essere prestissimo rimasta orfana di padre, dalla morte dell’unica figlia, Bongi, al culmine di uno di diversi momenti di crisi economica. Allontanò i giornalisti dal funerale, che fece da sé, sola, perché non aveva i soldi per comprare una bara qualsiasi. Orgogliosa di nascita, la lotta continua ai razzismi veniva prima di ogni altra cosa. Vendette per un nonnulla i diritti di Pata Pata, la canzone-danza che entrò nelle Charts negli USA e che da sola, ascoltata dal mondo per tante volte, l’avrebbe sostenuta a vita anche con una grande famiglia. Miriam in concerto, dalla voce di ‘Encyclopedia Britannica’

Avevo gridato a lei alla quattordicesima cappella al Sacro Monte, poi ancora -trascinandomi dietro un po’della folla- in una grande palestra di Milano negli anni ottanta: “U Shaka”, a squarciagola, reclamando una canzone speciale, che Miriam giá da anni non riusciva piú, credo, ad intonare.
Un canto intenso, alto e vibrante, tanto da esser il solo suono che mi facesse tremare la spina dorsale, come da dentro, motu proprio. Una volta mi svegliò dalle onde corte della BBC mentre ero appisolato in un piccolo letto del campo di Don Vittorione, il missionario Varesino dalla enorme massa corporea, a Moroto in Uganda. Non potevo dormire, stanco dopo un’altra giornata di un primo incarico lavoro difficile e pericoloso: nel sonno la colonna vertebrale iniziò ad inviare un tremito irrefrenabile mosso da quella canzone che ne sapevo l’unica causa possibile, piú volte verificata, U Shaka, il canto dell’eroe Zulu, dalla sua voce, non importa se modulata da onde disturbate, venute da tanto lontano nella sera.
La cantante della mia vita è morta a Castel Volturno, per un malore che l’ha colta dopo un concerto speciale. Un tributo al Saviano che sulla Camorra ha saputo scuotere un buona parte d’Italia.
Ha sbagliato Miriam a dire di sì, dopo due anni dal ritiro ufficiale dalla carriera, periodo in cui nessuno l’aveva piú sentita cantare per piú di dieci minuti, o il destino l’ha colta come le conveniva, su un palco di lotta morale e culturale, gridata, armonica, sentita.
Non si é mai ripresa dall’ultimo show, è partita dal palco al cielo.

Che palco Castel Volturno!
I Camorristi allora semplici agricoltori malavitosi vivevano di traffici intorno ai campi di pomodoro, di droga ne spacciavano poca ancora, quando una ragazza Senegalese, della prima orda – per massiccia che fosse giá- di schiavi Africani dei campi, salì alle cronache nel 1982 per un fatto quasi banale, un parto per strada. La ragazza fece però quel che non doveva, che non si poteva fare, come tutti in zona ancora ben sanno: parlare. Mentre l’interesse cresceva ed i giornalisti la cercavano, minacciata di morte fu costretta a rifugiarsi da amici. Uno di quelli o i carabinieri parte del giro fecero trovare della droga ad un’improvvisa, davvero inusuale ispezione solo nella casa colonica dove lei si sapeva riposare da tanta fatica, per una sera. Parti, svanì nel nulla con la sua creatura di due giorni, senza nulla turbare. Tra i due missionari vanamente incatenatisi a qualcosa in centro Castel Volturno c’era P. Nascimbeni di Malnate. Manifestavano contro le deportazioni. Come se gli schiavi fossero il problema della zona, li si cacciava di casa.
Il Miracolo venne invece a tardo 2008 dal Ghana. Altri sono i centri della camorra, non solo sotto il palco dove cantò ieri per l’ultima volta la voce della mia vita. Quando per ignoranza uccisero cinque dei loro, i contadini malavitosi arricchiti che ostentano non sanno certo distinguere tra Africani, confondendoli con altri che per un clan rivale minacciavano una zona di spaccio, i Ghanesi del posto non si sono intimoriti. La reazione rovesciò non solo auto, ma l’omertá di tre generazioni. Perché loro non avevano paura, gli Italiani molta. Lo stato reclamato da cittadini, preti, scrittori si è finalmente svegliato, diversi sindaci parte del sistema sono agli arresti, il clan dominante decimato.
Ius sanguinis, che bella parola. Giustifica e illustra il perché da noi deve ancora nascere un politico non nato qui, ‘extracomunitari’ li chiamiamo, termine ancora peggiore. Sangue chiama il primo, e continuerà a farlo finché non si capirà che l’integrazione, indispensabile in un mondo globale, né i Boeri né Hitler del mondo delle razze poterono eliminare gli stranieri, passa da diritti e doveri civici, primo quello del voto. Solo i figli di padre Italiano saranno Italiani, con una recente apertura anche di madre nostra, ma neppure la terza generazione dei nuovi Italiani può partecipare alla vita politica di ogni giorno, nei quartieri, votare ed essere eletto. Il secondo vocabolo, il reietto, razzista ‘extracomunitari’ denuncia il limite delle nostre menti, a otto anni della fine del termine burocratico a cui era labilmente legato, tanto che si usa spesso come indicativo di razze ‘abbronzate’, per citare un termine di moda in questi giorni.
Chi sta fuori dalla comunità purtroppo delinque, non serve a sé o alla società, è uno schiavo, non voterà mai, mai sará cittadino come gli altri. Neppure i figli ed i figli dei suoi figli. Perché?
L’íconica foto di Hector Pietersen, scolaro ucciso a Soweto

La ricchezza non fa mai grandi, le idee e la forza di sostenerle sì. La redenzione, in cielo e sulla terra viene da lì, qualunque fede la nascita o la convinzione ti abbiano consegnato.
La Makeba, oggi alla RAI simbolo della lotta alla Mafia? Labile, davvero, interpretazione scorretta.

Grazie per la tua vita, per la tua morte, per il tuo esempio, Miriam. Voce degli oppressi da ragazzina, poi per due generazioni, in tutti i paesi. Ora piú che mai. In Italia, non in Sud Africa:
Simbolo della lotta di cultura, senza fucili. Ai razzismi, non alla mafia.
Come tutta la vita, fino all’ultimo battito, all’ultimo ‘click’.

Marco Viganó, Varese

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