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La mistificazione delle primarie

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13 dicembre 2013

Egregio direttore,

 sarebbe ingenuo pensare, benché qualcuno anche in questa rubrica si affanni a sostenere tesi consìmili, che il tratto politicamente significativo della campagna per le primarie cui abbiamo assistito in queste settimane, fosse da ricercare nella discussione e nel confronto, fra i candidati, sulle politiche industriali, finanziarie, sociali, fiscali e del lavoro (che in effetti dovrebbero costituire il nucleo di un autentico programma di partito). In realtà, poiché tutto ciò che è essenziale in queste scelte è ormai monopolio decisionale della Bce, della Ue e del capitale bancario europeo, questi temi sono stati soltanto sfiorati per onore di firma e la sostanza delle primarie va ricercata nella forma e nell’espressione di un evento mediatico e spettacolare che, lungi dal contrastare la cosiddetta ‘antipolitica’, finisce con l’alimentare i processi di regressione antropologica e cognitiva dell’elettorato che ha preso parte a tale evento. In altri termini, le primarie si sono configurate e hanno funzionato come prodotto e fattore di una regressione politica e sociale che rappresenta l’antitesi della democrazia, se con questo vocabolo si intende indicare una relazione dialettica tra individui uguali. Il senso del messaggio è inequivocabile: il modo con cui si governa un partito è lo stesso con il quale, quando si va al potere, si governa un paese. Fra l’altro, queste primarie hanno visto, all’insegna della tacita tolleranza e talora dell’aperto incoraggiamento, una cospicua infiltrazione di elettorato di centrodestra, confermata da numerose testimonianze. Le file davanti ai seggi hanno fatto parte della scenografia gonfiata dai ‘mass media’, non della realtà, ove la presenza organizzata del Pd sul territorio è quanto mai evanescente. Così, la vacuità del rito elettorale non ha fatto altro che replicare in minore le modalità di uno spettacolo politico che, esattamente come accade negli Usa da cui il modello è stato importato, pompa i palinsesti e punta ad attrarre ‘audience’ e pubblicità. Del resto, se l’obiettivo era quello di allargare i consensi al di là dell’area elettorale del Pd, è giusto ricordare che nel 2006, dopo il successo delle primarie del 2005, anche se si trattava delle primarie di coalizione, il centrosinistra elesse un governo debole che durò pochi mesi. Sul piano dei risultati, vale infine la pena di osservare che la competizione si è svolta fra candidati del tutto compatibili con le procedure e con le direttive politiche della Ue e della Bce, che hanno portato l’Italia in un vicolo cieco.

 Pertanto, data l’assenza di identità sia del vincitore sia dei concorrenti, che dalle primarie scaturisse un Pd più bersaniano o più renziano era, ed è, solo unproblema di organigrammi interni a quel partito. Qualcuno ha giustamente evocato, a questo proposito, l’apologo sulla mancanza di identità narrato da Italo Calvino nel “Cavaliere inesistente”, dove il cavaliere inesistente Agilulfo e il fante Gurdulù rappresentano le due facce di una stessa realtà: Agilulfo c’è e non c’è, parla, cavalca e combatte dentro un’armatura bianca che è vuota; Gurdulù invece è un individuo in carne ed ossa, solo che non sa chi è e quindi vive una continua metamorfosi pensando di essere ciò che vede: se vede una zuppa è zuppa, se vede una rana si mette a saltare e gracidare. Sebbene la gente lo chiami con diversi nomi, a lui non importa, giacché qualsiasi nome gli è indifferente. Insomma, Agilulfo e Gurdulù, essendo perfettamente complementari, ben si prestano a simboleggiare quel vuoto d’essere, quell’as­ sen­ za ontologica che sono la rappresentanza perfetta, suscettibile dei più diversi contenuti ma docile ad ogni comando e prona ad ogni volere, di quel pieno che è la dittatura euro­americana del capitale.

Eros Barone

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