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La parola di Cambronne per definire il nostro Paese?

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4 settembre 2011

Caro direttore
 A parte il segno ferocemente classista che caratterizza la manovra, ciò che colpisce è, sul piano strutturale, l’assenza di una qualsiasi idea di sviluppo e la cieca gestione contabile della crisi, le quali peraltro, sommate assieme, stanno trascinando nel baratro della depressione economica tutte le potenze occidentali, preludendo a un mutamento geopolitico globale che vede l’ascesa di blocchi come quello a guida cinese o brasiliana. La destrutturazione neoliberista dei vincoli sociali (un tempo garantiti dal compromesso socialdemocratico keynesiano) genera così nei paesi tardocapitalisti lacerazioni che incidono sulla base di consenso dello Stato, spingendo verso una crescente decomposizione del tessuto civile e, correlativamente (per la necessità stessa di imporre coattivamente la disciplina e la coesione), verso un crescente autoritarismo nell’esercizio del potere statuale: negli Usa il ‘Tea Party’, nel nostro Paese le pulsioni secessioniste (al Nord leghiste, al Sud mafiose) e i particolarismi corporativi, dappertutto la discriminazione xenofoba. La democrazia sta riducendosi a una pallida larva, semplice maschera del dominio di classe, incubatrice di una demagogia e di un autoritarismo peggiori del fascismo.
Occorre riconoscere, poi, che vi è un problema di identità nazionale e di comportamenti etici così acuto, da far dubitare (nel 150° anniversario dell’Unità!) che sia ormai a rischio la nostra stessa sopravvivenza come Stato unitario. Una tempesta di guano, prodotta dalla classe dominante e amplificata dal ceto politico più infame e screditato che abbia mai occupato gli scanni del Parlamento, sta imbrattando l’immagine dell’Italia. Ciò nondimeno, ammesso e non concesso che il patriottismo sia l’ultimo rifugio delle canaglie, va pur detto che neanche l’italiano medio (moderato, opportunista, evasore la sua parte e abbastanza ignorante) si merita di essere governato, preso in giro e perfino insultato da due “vecchi malvissuti” come Bossi e Berlusconi: l’uno che dichiara di usare il tricolore come carta igienica, l’altro che dichiara (come risulta dalle intercettazioni) di volersene andare dall’Italia, “Paese di merda”. È pur vero che siamo nel Paese in cui (come risulta sempre dalle intercettazioni) il lenone Tarantini si vanta con il faccendiere Lavitola (direttore dell’ “Avanti!”!) di aver dormito a vent’anni nella barca di D’Alema e a trenta a palazzo Grazioli, mentre, stando agli accertamenti processuali, sua moglie preferiva dormire con Lavitola. Ma tutto ciò indica solo quanto sia vasta la marea di escrementi in cui sguazza il ceto politico ‘bipartisan’ e non ci rende, né noi né l’italiano medio, consustanziali ad un ceto il cui comun denominatore è costituito, come dimostrano le simmetriche vicende giudiziarie del governo e dell’opposizione, dalla corruzione più sfacciata e dai privilegi più intollerabili.
Dietro a questa putredine politica, sociale e istituzionale vi è, però, la spaccatura sempre più ampia fra una minoranza di beneficiari della rendita finanziaria e del capitale usurario e una crescente maggioranza di ceti impoveriti in termini relativi e ora anche assoluti. Tutte le proposte di pareggio del bilancio e risanamento del deficit mirano, del resto e in modo consapevole, ad allargare questa spaccatura, indebolendo la capacità contrattuale e colpendo il salario diretto, indiretto e differito delle classi lavoratrici, ossia degli operai, dei precari e del grosso di quello che una volta era il ceto medio, per non parlare del massacro generazionale (in termini di retribuzione, occupazione e futura pensione) consumato sui giovani. Gli indirizzi economico-finanziari dei diversi gruppi politici (maggioranza e opposizione) si differenziano soltanto nell’indicazione dei settori da colpire e dei mezzi di estorsione: taglio di stipendi o di pensioni, blocco salariale ‘a prescindere’, privatizzazione delle aziende nazionali o municipalizzate, descolarizzazione o meritocrazia, lavoro nero o apprendistato ecc. ecc. La logica perversa e suicida del “mantenimento dei saldi” imposta dal ‘diktat’ della Bce, logica comune a governo e opposizioni parlamentari, implica solo una diversa distribuzione dei sacrifici fra i ceti subalterni, con qualche spruzzata più o meno abbondante di retorica sulla mitica lotta all’evasione fiscale. A proposito della quale ci si potrebbe chiedere: ma a chi affideremo la missione di Robin Hood fiscale? Alla coppia Tremonti-Milanese? A Berlusconi, l’anti-italiano, con le sue società di comodo ben insediate nei paradisi fiscali? O all’incorruttibile Penati?
Occorre, in realtà, una scopa proletaria come quella che, in un bel manifesto russo del periodo rivoluzionario, Lenin adopera col dovuto vigore contro monarchi, capitalisti e alti prelati, per spazzare via dal mondo tutto questo guano che vi si è accumulato a causa dello sfruttamento, della corruzione e dei privilegi. La speranza è che lo sciopero del 6 settembre segni, nel nostro Paese, l’inizio di una bonifica radicale. Non va dimenticato, infatti, che nella Francia della seconda metà del Settecento la rivoluzione si rivelò l’unico modo possibile per attuare quella riforma fiscale e quel risanamento del deficit dello Stato, cui le classi privilegiate si opponevano con tutte le loro forze.

Enea Bontempi

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