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“La parola integrazione non deve fare paura”

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14 gennaio 2010

Gli allarmanti fatti in Calabria hanno gettato l’ombra di un presunto razzismo latente in Italia, accompagnato da indegni e criminali episodi di sfruttamento schiavistico della mano d’opera di immigrati irregolari.
Certamente gli organi pubblici deputati al controllo dell’ordine, della polizia, della sicurezza sul lavoro hanno trascurato un piaga endemica, che è difficile pensa- re si sia potuta sviluppare senza che molte autorità abbiano girato lo sguardo da un’altra parte.
Gl’Italiani, tuttavia, non sono xenofobi per carattere, la loro storia è impregnata dall’attitudine all’accoglienza, forse atavica derivazione dell’universalismo romano, cui è succeduto quello cattolico; come pure è contrassegnata dal fenomeno – doloroso per molti versi – dell’emigrazione degl’Italiani in tutto il mondo, dove si sono integrati ed hanno raggiunto livelli altissimi.
Se qualcosa sta cambiando, in un’involuzione pericolosa, occorre assumere rapidamente i provvedimenti necessari per il ripristino sia dell’ordine, sia della dignità delle persone, conformemente alle nostre tradizioni di ospitalità (ancor più dovuta allorquando si caricano gli ultimi arrivati dei lavori che nessun italiano, anche disoccupato, vuole fare).
 
Volenti o nolenti, non si può sognare ad occhi aperti un’Italia solo monoetnica (ammesso che esista); persino la vicina, gelosa e sbrigativa Confederazione Elvetica, protesa a salvaguardare le venerande istituzioni cantonali, ha una popolazione che per il 20% (uno su cinque) è di origine straniera .
Se anche uno straniero naturalizzato può diventare libero e svizzero, non si vede per qual ragione uno straniero che lavori, rispetti l’ordinamento, impari e conosca la lingua e la cultura italiana non debba poter diventare, un giorno, libero e italiano, date le dovute dimostrazioni per acquistarne la cittadinanza.
La parola integrazione non deve fare paura; è un fenomeno irreversibile, che risorge continuamente come un fiume carsico nella storia: non è forse vero che i barbari, alla fine, si integrarono nel mondo romano e post romano (da cui noi di- scendiamo, dopo esserci amalgamati con i tanti altri popoli, inclusi gli arabi, che ci hanno dominato politicamente)?
Mi sembra, dunque, sotto questo aspetto, una bella notizia che il nostro Pre- vosto, Mons. Maurizio Rolla abbia celebrato, domenica sera, per la prima volta, una speciale S. Messa dei nuovi cittadini, nell’amatissima chiesa di San Francesco, per coinvolgere i fedeli stranieri nella comunità religiosa cattolica saronnese; mi augu- ro, anzi, che l’iniziativa prosegua e si amplii.
 
Non è invece una buona notizia l’intervento del Governo egiziano sul Governo italiano per difendere i diritti inviolabili dei cittadini immigrati e la libertà di religione; al di là del linguaggio diplomatico, in questo caso ampiamente stravolto, c’è da domandarsi con quale coraggio e credibilità quel Governo si renda paladino dei diritti umani e della libertà di religione, quando il 7 gennaio, Natale ortodosso, sette cristiani copti ed una guardia giurata musulmana – nel silenzio della politica egiziana e dell’opinione pubblica internazionale – sono stati barbaramente uccisi nei pres- si di Luxor durante la funzione natalizia da fanatici islamici.
Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato, ma dell’ennesima persecuzione in atto in quel grande Paese contro gli ammirevoli cristiani copti, che negli anni ’50 del secolo scorso superavano il 20% della popolazione e ora sono ridotti in ghetti di paura a meno del 10%, mentre la loro presenza risale al I secolo dopo Cristo, quasi cin- que secoli prima della conquista musulmana: ne ho rivisitato la scorsa estate le splendide chiese mimetizzate, ammirandone la fortezza rocciosa nella loro fede – che sento così prossima – e la perseveranza nonostante la loro condizione di inferio- ri in patria.
Quando il Governo egiziano abolirà l’obbligo barbaro di scrivere sulla carta d’identità dei suoi cittadini la confessione religiosa cui ciascuno di essi appartiene – una vera e propria schedatura palese, che a noi suona inammissibile, altro che la privacy – ed offrirà agli Egiziani la possibilità di lavorare e di campare dignitosamen- te in patria, senza doversene allontanare per disperazione, allora potrà forse salire sulla cattedra ed impartire lezioni.
Ugo Grozio, nel sec. XVII, propugnava il consenso di tutti gli uomini verso alcuni fondamentali ed indiscutibili principi di umanità, che chiunque, in ogni tempo, condizione e luogo dovrebbe riconoscere e rispettare anche se Dio non esistesse: un diritto naturale, di cui tanto scrisse Maritain, in buona parte raccolto nella Dichiara- zione Universale dei diritti dell’uomo.
Certo, fino a quando, p.es., qualcuno sosterrà che l’inferiorità della donna all’uomo o la superiorità di un’etnia sulle altre sono precetti divini (con ciò offen- dendo Dio stesso!) e non ammetterà che l’uomo, in quanto uomo, ha la sua intrinse- ca e coessenziale dignità individuale, non ci sarà pace e anche l’integrazione sarà una chimera.
Il proverbio popolare, insegnatomi dalle mie sagge nonne, sostiene che chi gà ’l bun séns, cha l’adupéra: incominciamo da Italiani; l’esempio potrebbe essere contagioso.
 
 
Pierluigi Gilli

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