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La politica, il buio e la candela

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16 settembre 2011

Non occorre particolare fantasia per immaginare quanto possano essere stati fra loro contrapposti, in queste ultime giornate, i pensieri del Sindaco Fontana. Nemmeno serve significativa immaginazione per rappresentarsi con quale stato d’animo egli si sia trovato davanti al diktat avanzato dal consiglio federale della Lega Nord: chi protesta contro la manovra finanziaria è fuori dal partito.
A questo punto il Sindaco Fontana aveva solo due possibili strade da percorrere: partecipare allo sciopero dei Sindaci da lui stesso caldeggiato, rischiando quindi l’espulsione dal partito, oppure ritirarsi dalla protesta. Era quindi da privilegiarsi una ubbidienza al partito nel quale da sempre Fontana milita o dovevano prevalere le ragioni di una protesta rispetto alla quale lo stesso si era speso divenendo, tra l’altro, punto di riferimento per i Sindaci anche di diverso schieramento ?
Attilio Fontana, da ottimo Sindaco qual è, dimostrando, se ve ne fosse stato bisogno, serietà e doti non comuni di onestà intellettuale, si è smarcato uscendo dall’angolo in cui era stato spinto rendendo inefficace, quello che tutti hanno considerato un “ricatto”.
Davanti al bivio il Sindaco Fontana, pur rivendicando le motivazioni di una protesta sacrosanta, ha quindi evitato di partecipare allo sciopero privilegiando non solo le ragioni di una militanza, che pure hanno certamente pesato, ma soprattutto il peso e il valore del “ruolo istituzionale”.
Risultava del tutto evidente infatti che, pur se in questo spinto da sincere manifestazioni di solidarietà e sostegno da parte di molti cittadini, continuare nell’azione di protesta rispetto ad una manovra finanziaria che, a detta di tutti, risulta iniqua e profondamente ingiusta, avrebbe messo a “rischio” la tenuta della compagine amministrativa. Senza alcun supporto “politico” l’amministrazione del comune di Varese sarebbe venuta meno e si sarebbe andati dritti verso nuove elezioni contravvenendo, in tal senso, al mandato popolare appena ricevuto e procurando un grave danno alla Città di Varese.
Il Sindaco Fontana però non si è limitato a questo. Coerentemente con la scelta compiuta ha rassegnato le dimissioni da Presidente ANCI Lombardia non ritenendo più sussistere le condizioni per continuare nel lavoro di rappresentanza dell’Associazione.
Quanti lo avrebbero fatto al suo posto? E quanti avrebbero fatto prevalere le ragioni “personali” e l’orgoglio a scapito della responsabilità che deriva da un ruolo istituzionale? Merce rara di questi tempi. Chapeau signor Sindaco !
Far però risalire quanto accaduto solamente a logiche di divisioni interne alla Lega, che pur esistono e che sono sotto gli occhi di tutti, risulta limitativo e rischia di non far cogliere la questione essenziale.
La protesta dei Sindaci segnalava e segnala con forza la difficoltà in cui si trovano i Comuni a fronte della manovra finanziaria appena approvata. Nessuno, a parte qualche strumentalizzazione, ha mai inteso aprire conflitti istituzionali né tantomeno chiamarsi fuori rispetto ad assunzioni di responsabilità.
Molto più semplicemente si è segnalato da più parti, a gran voce, che i tagli dell’ultima manovra al sistema integrato delle autonomie impediscono materialmente di garantire ai cittadini i servizi essenziali, che ciò avrebbe comportato inevitabili aumenti delle imposte locali.
Questo i Sindaci, i Presidenti di Provincia e di Regione hanno paventato e ribadito con forza al Governo. Hanno chiesto una rimodulazione della manovra che tutti hanno giudicato necessaria ben comprendendo il momento di grave crisi in cui versa il Paese.
Questa manovra finanziaria è la riprova di un distacco netto fra classe politica e cittadini e la protesta degli amministratori locali è non solo sacrosanta ma persino doverosa.
Ciò che davvero infatti incide sulla spesa pubblica è l’eccesso di burocrazia e di spesa di funzionamento dello Stato. Mentre la spesa degli Enti Locali negli ultimi anni si è ridotta, e di molto, le spese di funzionamento dello Stato sono notevolmente aumentate. Vi sono Enti che hanno indici di virtuosità perfetti e altri che invece continuano allegramente a sperperare. Ma nessuno si è premurato di punire questi sprechi e ci si è limitati a tagli lineari penalizzando così i più virtuosi.
Il credere, forse anche in buona fede, che i “tagli alla politica” possano essere limitati a qualche accorpamento fra piccoli comuni o eliminando qualche consigliere comunale che incide per poche centinaia di euro equivale a dichiarare una incapacità di fondo, una miopia totale rispetto al riconoscimento della realtà.
In risposta alle istanze dei Sindaci, che è bene non dimenticarlo sono gli amministratori più vicini alla gente, è giunto dal Governo o un assordante silenzio o, in qualche caso, qualche “dito medio” alzato. Giusto per rimarcare una “comunanza” con i livelli locali.
L’incomunicabilità fra Governo ed Enti locali, fra Deputati e Sindaci, marca la distanza che esiste oggi fra la classe politica, la “casta” e la gente.
Pur evitando semplificazioni pare opportuno riflettere rispetto alle ragioni che hanno portato a questo distacco, ad una incomunicabilità di fondo, al non comprendere nemmeno quale sia davvero la realtà del Paese.
Sarà un caso che laddove il cittadino insieme al voto esprime una preferenza scegliendo nome e cognome di chi vuole lo rappresenti questa distanza risulta quasi del tutto nulla? Sarà invece un altro caso che quando il politico risponde viceversa al “capo partito”, perché solo ed unicamente da questo dipende la riconferma o meno, il distacco con la realtà cresce?
La crisi della Politica è aggravata altresì dalla scomparsa dei Partiti intesi quali luoghi di elaborazione del pensiero politico, quali strutture che concorrono a determinare la politica rappresentando e raccogliendo le istanze che provengono dai cittadini, quali momento di sintesi e di riequilibrio di interessi diffusi.
Aver trasformato i partiti in poco più che un comitato elettorale facendoli coincidere con il proprio leader e annullando ogni e qualunque rappresentanza territoriale locale o nominando dall’alto i referenti locali ha drammaticamente acuito il distacco.
Quanto accaduto al Sindaco Fontana è figlio di una Politica che è incapace di guardare la realtà, che non ha più una cultura del giudizio ma solo quella del lamento, che ha, rispetto alla quotidianità, un approccio ideologico ritenendo di poter decidere ciò che è bene e ciò che è male dalle stanze ovattate dei palazzi senza ascoltare nulla e nessuno.
In questo risiede il fallimento della Lega e quello della “corte dei miracoli” di cui si è circondato il Presidente Berlusconi. E in questo sta l’assoluta inutilità di una sinistra incapace di elaborare una pur minima proposta politica credibile.
Ma allora che fare? Demolire tutto, demonizzare, urlare e sbraitare e seguire la sterile protesta di chi ritiene che basti qualche insulto per rimediare alle cose che non vanno ?
No! Perché anziché maledire il buio è di gran lunga meglio accendere una candela. Si riparta dal buono che c’è, dagli esempi di politica virtuosa che pur ci sono e dei quali la Regione Lombardia è buon modello.
Che si inizi un lavoro che ri- appassioni la gente alla politica, che la ri-avvicini, che la faccia tornare ad essere protagonista della vita politica attraverso una partecipazione popolare dimenticando cariche, nomine e cooptazioni dall’alto imposte. Che questo tentativo lo si faccia ognuno nella propria realtà, nel proprio partito, nella propria associazione o circolo culturale che sia.
Diversamente, poiché non c’è né Padania né Regno delle due Sicilie che tenga ci si rassegni ad essere sudditi con sempre meno diritti e sempre più doveri.

Raffaele Nurra

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