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La politica non metta bavagli all’economia ma faccia rispettare le condizioni di concorrenza

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16 marzo 2005

Caro Direttore,
la crisi del tessile-abbigliamento e del meccano tessile – argomento di grande attualità in queste settimane – merita qualche considerazione alla luce della mia esperienza.
Le scrivo dopo aver letto qualche estemporanea dichiarazione di folcloristici personaggi della politica che, forse, non hanno mai visto una lettera di credito o pensano che, anche nel mondo degli affari, il C.I.F. sia un detersivo.
La Lega Nord ha centrato nel segno quando sostiene che, per alcuni settori di eccellenza della nostra provincia, la situazione è veramente grave. O si assumono misure drastiche o la chiusura delle aziende è la sola via lasciata alle imprese da una concorrenza che – proveniente dalla Cina ma non solo – non conosce altra legge se non la concorrenza sleale.
La delocalizzazione non è un fenomeno nuovo. Esisteva già – ed è esperienza diretta e personale negli anni Settanta quando a Taiwan una nota multinazionale faceva produrre le proprie scarpe sportive. I costi del lavoro erano bassissimi e alle aziende sembrava non vero poter contare su profitti elevati rivendendo in patria come prodotto nazionale ciò che in parte era stato invece realizzato altrove. Passò l’euforia per Taiwan, nacquero i mercati delle “tigri asiatiche” e, oggi, alle porte c’è la Cina. Il libero mercato, di fronte ai lauti guadagni che sono in ballo, finge di non vedere le condizioni illiberali in cui il paese viene gestito.
Anche il miraggio cinese è destinato tuttavia a rivelarsi un’illusione. Tutti i tentavi di delocalizzare hanno infatti avuto come contraccolpo la crisi dell’industria nazionale, soprattutto per le piccole e medie imprese. Ancora una volta la mia esperienza può testimoniare che cosa accadde dal Maine alla California alle aziende statunitensi produttrici di calzature (Sneakers) vittime della delocalizzazione selvaggia attuata dalle grandi catene americane (Wal Mart o Sears) nei cosiddetti paesi emergenti. Paesi, è bene ricordarlo, spesso governati da regimi autoritari, dove il costo del lavoro è bassissimo solo perché non esistono diritti sindacali, tutele, norme di riguardo ambientali, procedure di sicurezza che impongono adeguamenti.
La realtà si sta riproponendo in Italia e non da oggi perché sono almeno tre o quattro anni che il fenomeno, prima latente, si manifesta in tutta la sua drammaticità. Il tempo che ci rimane è poco. O l’Italia si presenta perciò unita in Europa per chiedere tutele che altri paesi invocano con noi o dell’industria manifatturiera tradizionale resterà solo un’ombra. E di soli servizi una Nazione non può certo vivere.
Perciò delle due l’una. O la politica torna a governare l’economia non per mettere il bavaglio ad un mercato libero ma per garantire che le condizioni di concorrenza siano effettivamente rispettate da tutti o il prossimo futuro ci riserverà solo lacrime.

Roberto Borgo

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