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La ‘questione Craxi’

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18 ottobre 2007

Egregio direttore,

quando avevo sedici anni ed ero uno studente liceale, entrai una sera nella sede, situata nel quartiere di Genova dove abitava la mia famiglia e dove abita tuttora mia madre, di una sezione del Partito Socialista Italiano, invitato dal segretario di tale sezione, che era mio vicino di casa e conosceva le mie giovanili simpatie per il suo partito. Quella fu, esattamente quarantadue anni fa, la prima esperienza che ebbi di quel mondo politico (la sinistra storica del nostro paese non è infatti un mondo ma un insieme di mondi): ricordo lo stupore e anche il senso di rispetto che provai, all’interno del piccolo scantinato che ospitava quella sede, nel vedere campeggiare in fondo al locale, oltre le seggiole di legno e paglia disposte in fila, sopra la scrivania davanti a cui sedeva il presidente della riunione, due dipinti, uno dei quali ritraeva l’uomo che, proprio a Genova nel 1892, fondò il partito, ossia Filippo Turati, con la folta barba che scendeva fin sopra la scura redingote e con lo sguardo profondo e bonario, mentre l’altro dipinto rappresentava un classico tema della iconografia del movimento operaio italiano, ossia ‘Gesù socialista’, e recava, ben visibile nella parte inferiore del quadro, una scritta che da allora non ho più dimenticato: “Il socialismo è la grande speranza di tutti coloro che soffrono e che lavorano”. Poco tempo appresso ricordo che assistetti, sempre a Genova, ad un comizio del vecchio Nenni, non senza prima essermi infilato nell’occhiello della giacca, come si usava nelle manifestazioni socialiste, un bel garofano rosso.
Le vicende e le scelte che orientarono la mia attiva partecipazione ai conflitti politico-sociali negli anni successivi (dopo l’iscrizione alla Federazione Giovanile Socialista Italiana, che derivò da quel primo contatto) mi condussero a vivere, come marxista e come comunista, quel grande ciclo storico che, tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70, avrebbe lasciato un segno duraturo nella vita del nostro paese (e non solo del nostro paese). La consapevolezza, maturata attraverso quelle vicende e quelle scelte, del ruolo di classe che svolgono i partiti e i leader che li dirigono mi ha insegnato pertanto che i termini di ‘destra’ e di ‘sinistra’ possono semplicemente indicare lo specifico nesso fra economia e Stato che caratterizza il sistema del capitalismo liberista nelle attuali società borghesi, più esattamente il rapporto di non coincidenza e di autonomia relativa, necessario a garantire la governabilità capitalistica, fra la classe dominante e la classe dirigente (laddove la ‘destra’ tende a ridurre tale scarto e quindi a ridurre la direzione al dominio e la ‘sinistra’, che proprio per questo gestisce il governo, tende invece ad assicurare il dominio attraverso la direzione, fermo restando il postulato dell’assoluta intangibilità e intrascendibilità del capitalismo, che costituisce il principio essenziale del ‘pensiero unico’ che accomuna le due frazioni del ‘partito unico’).
La posizione che trae origine dalle esperienze e dalla consapevolezza poc’anzi richiamate mi permette di collocare la figura e l’opera di Bettino Craxi nel contesto reale a cui appartiene non solo la storia del socialismo italiano, ma anche la storia di altre famiglie politiche della sinistra storica italiana (come quella togliattiana, come quella saragattiana, come quella morandiana, come quella bobbiana…): il contesto della ristrutturazione del nesso fra economia e politica in un paese dominato dal capitalismo monopolistico di Stato. In questo senso, si può affermare che la vicenda di Bettino Craxi risulta più affine a quella di Enrico Mattei che non alle vicende di altre personalità politiche cui è stata paragonata (come, ad esempio, quella, richiamata dai suoi sostenitori più accesi, dello stesso Turati costretto all’esilio dalla dittatura fascista): sia Mattei che Craxi hanno svolto infatti un ruolo decisivo nella riorganizzazione, rispettivamente, del capitalismo e del potere politico, determinando conseguenze di lungo periodo e di segno ambivalente. Non è possibile ignorare, a tale proposito, che tutta una serie di scelte e di battaglie politiche impostate e iniziate da Craxi – dall’orientamento verso il decisionismo autoritario, determinato dall’impotenza di un Parlamento sempre più podagroso e autoreferenziale, all’individuazione della insorgenza leghista da lui definita come ‘questione settentrionale’, dalla franca denuncia del ‘male oscuro’ che si esprime nella corruzione pubblica e partitica che attanaglia la democrazia borghese in Italia e non solo in Italia (come dimostrarono le inchieste giudiziarie che travolsero lui e il suo stesso partito e come dimostrano i casi recenti e meno recenti di altri paesi, giacché là dove c’è mercato è inevitabile che vi sia corruzione o, per dirla in termini più asettici, il mercato economico determina il mercato politico), al costante anticomunismo inteso non tanto come contrapposizione ideologica ad un PCI sempre più socialdemocratizzato quanto come avversione irriducibile, questa sì di carattere schiettamente ideologico, al modello di ‘socialismo reale’ incarnato dall’URSS – sono state riprese e portate avanti dalle forze politiche della ‘destra’ e, in parte, della stessa ‘sinistra’. Né va sottaciuto il fatto che lo spazio politico e la consistenza elettorale un tempo acquisiti dal PSI craxiano corrispondono esattamente allo spazio politico e alla consistenza elettorale degli ex DS.
Ma le ragioni per cui ho voluto, attraverso il presente incastro di esperienze personali e soggettive e di dati storici e oggettivi, ricordare Bettino Craxi hanno innanzitutto due titoli, che assumono un significato esemplare nella storia politica dell’Italia repubblicana: Sigonella e il ‘caso Moro’. Pur con tutte le limitazioni che occorre introdurre (fra le quali va citata in primo luogo l’assenza di una linea alternativa in cui inserire organicamente le scelte allora compiute dal leader socialista), va riconosciuto che si trattò di due atti politici (consistenti, il primo, nella priorità accordata alla difesa dell’indipendenza nazionale rispetto alla servile acquiescenza verso il potente alleato e, il secondo, nella priorità accordata al criterio umanitario della trattativa e della salvezza di una vita umana rispetto alla difesa intransigente dello Stato borghese e della sua teologica superiorità) che, da soli, bastano a riservare a chi li ha compiuti un posto significativo e importante nella storia del nostro paese.
Se qualcuno poi si chiedesse come mai un comunista quale è lo scrivente abbia voluto esporre il suo punto di vista sulla ‘questione Craxi’, non avrei difficoltà a rispondere che il vero nemico non va né odiato né disprezzato, ma va combattuto e abbattuto, poiché, di certo, è un ostacolo alla realizzazione del nostro progetto. Tuttavia, constatare questa necessità non esclude che si parli di lui con rispetto riconoscendo il suo valore. Solo in un caso la dinamica della lotta può cancellare questo principio. Ciò si verifica quando la lotta perde ogni carattere umano e gli antagonisti si battono solo al fine di sopprimere l’avversario. Allora la lotta si trasforma in una manifestazione di brutalità e disumanità, poiché l’unico desiderio diventa quello di fare del male, nel modo più perfido possibile, all’avversario.

Eros Barone

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