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La questione della libertà: un apologo e due domande

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22 agosto 2011

«Oh gentiluomini, la vita è breve e, se viviamo, viviamo per camminare sulla testa dei re.»

Shakespeare, “Enrico IV”.

“Che cosa ho io in comune con i servi?”. È questa la domanda che si poneva,
intorno alla metà degli anni Venti, Aldo Gobetti, un liberale che simpatizzava
con la rivoluzione sovietica, riflettendo sull’avvento della dittatura fascista, della
cui violenza sarebbe stato vittima, e sulle condizioni, non solo sociali e politiche
ma filosofiche, storiche e morali, che avevano reso possibile tale avvento. Il
tema merita attenzione, perché è tornato ad essere attuale. Vi è anche un bel
libro di Maurizio Viroli, intitolato “La libertà dei servi” (2010), che, sia pure con
un’ottica democratico-borghese, definisce in modo intellettualmente onesto e
coraggiosamente lucido il modo in cui si pone la cruciale questione della libertà
nell’Italia berlusconiana e leghista.

In questa rubrica lo stesso tema è stato posto, con una sorta di autodafé, da
Gelosia, secondo il quale “per avere un padrone bisogna volerlo” e, quindi, il
rapporto di subordinazione tra il servo e il padrone nasce da una scelta volontaria
e soggettiva, e ripreso da Ismaele, il quale, richiamando il romanzo filosofico di
Diderot, “Jacques il fatalista”, mostra come il rapporto padrone-servo sia oggettivo e
dialetticamente ineludibile. Sennonché, come cercherò di dimostrare con un apologo
tratto dall’esperienza della leva militare, che mi è stato riferito da un amico, entrambi
gli approcci sono unilaterali, pur contenendo elementi parziali di verità. Si potrebbe
dire, in questo senso, che quello di Gelosia, coerentemente con la ‘forma mentis’
di chi lo ha enunciato, è soggettivistico e, quindi, sovrastrutturale, mentre quello
di Ismaele è oggettivistico e, quindi, strutturale: in realtà, la questione della libertà
è, nella sua concretezza storico-materiale così come nella sua normatività ideale,
inscindibilmente connessa ad entrambi gli aspetti. Volendo schematizzarla in una
formula, la questione della possibilità e dei limiti della libertà può essere descritta
come la somma (non aritmetica ma dialettica) di due addendi: ‘potere + volere’.

Ma veniamo all’apologo. Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso il mio
amico prestava il servizio militare a Roma. Nella caserma a cui era stato destinato i
caporali istruttori, nei primi giorni, urlavano in faccia alle reclute e le trattavano in
maniera brutale. Lo scopo era quello di far capire loro nel più breve tempo possibile
che gli ordini non vanno discussi: una tecnica che può contare su millenni di
esperienza. L’addestramento ebbe successo, poiché l’essere umano è, come gli
antropologi sanno molto bene, un animale altamente plastico. Una sera, il caporale
istruttore prese a calci gli scarponi anfibi allineati ai piedi del letto e li buttò in un
mucchio al centro della camerata. Poi ordinò alle reclute di recuperare

immediatamente il proprio paio e queste, senza pensarci, si buttarono nel mucchio
per trovare i propri anfibi. Solo una di esse, un elettricista di Sassari dall’espressione
malinconica, domandò alle loro spalle: “Ma che, siete impazziti?”. Parlava con
calma: “Che state facendo, ragazzi…” Era come deluso: “Non vi rendete conto…”
Improvvisamente anche il mio amico prese coscienza di ciò che stava facendo e
provò un senso di avvilimento, come se avesse partecipato al fallimento della specie
umana. Nel rievocare quell’episodio riconobbe che stava facendo la cosa peggiore, la
cosa spiritualmente peggiore che avesse mai fatto nella sua vita. E aggiunse che era
come se avesse dimostrato a sé stesso quanto fosse stato agevole renderlo
completamente, pavlovianamente sottomesso, anima e corpo… “E allora che
facesti?”, gli domandai. Ed egli mi rispose: “Mi ritrassi dal gruppo e mi rimisi in
piedi accanto al ragazzo di Sassari. Il caporale istruttore si infuriò con me e con lui e
così quella sera le pulizie toccarono a noi. Alcuni mesi dopo venni a sapere che quel
giovane sardo era stato giudicato inadatto alla vita militare e rimandato a casa.
Quando ripenso a quel momento capisco che è solo quel momento che conta: non
l’educazione morale dei venticinque anni che hanno preceduto quel momento né il
racconto che sto facendo ora, trent’anni dopo.” Questa fu la conclusione del mio
amico: “Ciò che conta, in effetti, è la presenza di spirito che si fa valere in quei pochi
secondi in cui vieni messo alla prova, quando tutti gli altri agiscono senza pensarci. Il
giovane elettricista sassarese, di questo sono assolutamente convinto, è il più grande
filosofo che io abbia mai conosciuto. La più grande speranza nella specie umana che
io possa documentare: non con la teoria, ma con i fatti. È lui l’eroe che mi ha salvato
dall’abisso dell’umiliazione, che mi ha tratto fuori dalla cosa peggiore che abbia mai
fatto nella mia vita. È lui che mi ha insegnato che cosa sia la libertà.”

Orbene, mi permetto, alla luce di questa storia di vita vissuta e di filosofia in atto,
di domandare a Ismaele: “Che cosa hai tu in comune con i servi?”, e a Gelosia: “Che
cosa distingue la libertà dei servi dalla libertà dei padroni?”

Eros Barone

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