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La risorsa immigrazione

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2 gennaio 2009

Egregio direttore,

che l’attuale immigrazione in Italia e in Europa sia decisiva per il mantenimento del nostro sistema di ‘welfare’ e, in particolare, del nostro sistema pensionistico, e che svolga altresì una funzione fondamentale nel riequilibrio del rapporto ‘natalità/mortalità’ in aree del mondo caratterizzate, come il nostro paese, da un progressivo invecchiamento, sono ormai dati di fatto ampiamente riconosciuti.

Paolo Cinanni, in “Emigrazione e imperialismo” (Editori Riuniti, Roma, 1968), traccia un’analisi semplice e, nel contempo, originale di ciò che significa importare a costo zero, cioè gratuitamente, milioni di esseri umani in età lavorativa, uomini e donne che sono cresciuti e sono stati formati a spese di altri paesi o di altre comunità, in un paese che ha bisogno di braccia. Cinanni si serve, per far comprendere questo ragionamento, del calcolo di redditività relativo agli animali da lavoro (per es., buoi e cavalli), alla fine di un periodo in cui questi animali sono stati importanti per la produzione agricola: si tratta di un vantaggio enorme. In un’economia in cui la risorsa fondamentale (cioè l’intelligenza umana) è decisiva per lo sviluppo, il calcolo è più problematico, ma i valori di questa risorsa, a parità di soggetti, possono decuplicare, centuplicare ecc. Non è un caso che si stiano affermando, accanto alla costruzione di muri e barriere, ipotesi di interventi (in Italia) che sono già attuati praticamente altrove (in Germania, Usa ecc.) e sono vòlti ad agevolare e incentivare l’immigrazione di cervelli cresciuti e prodotti dal Terzo Mondo: un’altra colossale rapina posta in atto dall’imperialismo.

L’immigrazione è un formidabile trasferimento di energie e di valori economici e culturali da un paese ad un altro: il paese che riceve questa risorsa non ha investito nulla per la sua crescita e per la sua formazione fisica ed intellettuale e si ritrova senza alcun contraccambio con un bene enorme che, a rigore, non gli spetterebbe. Paesi come gli Usa o il Canada o l’Australia, debbono in gran parte ciò che sono a questa semplice condizione; paesi come la Germania hanno prosperato grazie a questa disponibilità. Paesi come l’Italia, che hanno esportato gratuitamente le proprie risorse umane essenzialmente per l’incapacità, derivante dall’arretratezza, di gestirle e valorizzarle, li stanno ora emulando. Sennonché il fenomeno emigratorio ritarda sempre l’evoluzione dei paesi di origine e la stessa storia italiana del ’900 potrebbe essere letta, almeno parzialmente, anche in questa chiave.

Nel mondo attuale sono oltre 200 milioni le persone in movimento da un paese ad un al-tro paese; si tratta, se le mettiamo tutte assieme, del 4° o del 5° paese del mondo per dimensioni. Se sommiamo i flussi di migrazione interna anche in grandi paesi, come la Cina o il Brasile, o in altri paesi asiatici e africani, questa popolazione in movimento supera le dimensioni della popolazione degli Stati Uniti d’America: ciò significa che dopo Cina ed India, il popolo migrante è il terzo popolo del mondo. È indubbio che esso costituisce la linfa della produttività e della valorizzazione capitalistica ovunque esso si trovi, come è indubbio che rispetto ad una massa così ampia di persone il sistema di diritti nei singoli paesi e a livello internazionale sta rivelando carenze impressionanti.

In realtà, esiste un flusso che si muove in senso inverso (rimesse) rispetto ai flussi migratori: si tratta del denaro che viaggia dai paesi di arrivo dei migranti verso i paesi di origine e che ormai supera di gran lunga la somma degli Ide (investimenti diretti all’estero) e degli aiuti allo sviluppo, sommati assieme. In altri termini, l’emigrazione dai paesi poveri e in via di sviluppo verso i paesi ricchi o verso i paesi di nuova industrializzazione finanzia lo sviluppo dei paesi di origine ben più del complesso delle misure di cooperazione, di assistenza e degli investimenti diretti di capitali privati.

L’emigrazione, dunque, come un novello Re Mida trasforma in oro tutto ciò che tocca: i paesi di arrivo e i paesi di partenza. O almeno potrebbe farlo, se non fosse che gli enormi flussi finanziari prodotti dai redditi della popolazione migrante sono gestiti da altri soggetti: il sistema finanziario internazionale, con le proprie banche, o i singoli Paesi, la cui azione raramente garantisce l’investimento mirato, soprattutto sociale, che sarebbe necessario per la loro crescita. Accade così che questa enorme massa di denaro, che si aggira sui 250 miliardi di dollari l’anno, affluisca, come un canale artificiale debitamente orientato, nel bacino di contenimento del capitale finanziario internazionale, oppure venga gestita in termini clientelari dalle istituzioni, spesso contrassegnate da ampi fenomeni di corruzione, dei singoli paesi. È lo stesso fenomeno che si è verificato nel secolo scorso con le rimesse dei siciliani o dei sardi o dei campani emigrati, che sono state gestite più da Milano e da Torino che da Palermo o da Napoli o da Cagliari. Il ritardo di sviluppo delle nostre regioni meridionali può essere letto anche in questa chiave: non solo sono partiti uomini e donne, ma sono ripartiti, o sono state malamente utilizzati, anche i capitali che questi uomini e donne avevano inviato ai luoghi di origine. In sostanza, i flussi di capitali di ritorno in cambio di flussi di risorse umane non sono sufficienti a riequilibrare la perdita netta di grandi possibilità di sviluppo. Sarebbe necessaria un’altra condizione: che, accanto all’emigrazione di imponenti masse di persone e alla disponibilità di capitali derivanti dai loro redditi, si organizzasse l’immigrazione bilaterale, concordata e programmata, di masse, meno imponenti, di capitale umano qualificato dai paesi avanzati verso i paesi poveri e, parallelamente, di investimenti nei sistemi di ‘welfare’ locali che consentano la crescita dei sistemi di educazione, della salute, della piccola impresa familiare e cooperativa soprattutto in agricoltura ecc. Questa potrebbe essere una delle condizioni decisive, che un governo orientato in senso socialista dovrebbe realizzare per consentire che le rimesse, provenienti dagli emigrati nei paesi ricchi, possano essere valorizzate ‘in loco’.

In conclusione, la direttiva da seguire può essere formulata nel modo seguente: “Per ogni flusso migratorio da sud a nord di persone con bassa qualificazione si incentivi un flusso migratorio da nord a sud di un numero x di tecnici per un periodo determinato”. Se si considera l’alto livello di disoccupazione intellettuale esistente nei paesi ricchi, questo tipo di immigrazione perequativa e bilaterale non solo sarebbe possibile, ma per molti potrebbe risultare perfino soggettivamente più coinvolgente della cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ da occidente a occidente. Parallelamente, sarebbe necessario impegnarsi a stimolare le rimesse degli emigrati sulla base di accordi bilaterali o multilaterali che prevedano investimenti mirati allo sviluppo (senza contare che incentivare le rimesse contribuirebbe a tenere sotto controllo il nostro tasso di inflazione). Utopia, si dirà; ma l’utopia, come ebbe ad osservare una volta Victor Hugo, è “la verità di domani”.

Enea Bontempi

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