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La sconfitta dell’Italia nella guerra energetica

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5 giugno 2011

Egregio direttore,
nel clima di euforia che si è venuto a creare in seguito alle batoste elettorali toccate a Berlusconi e a Bossi quasi nessuno si è reso conto che la sconfitta più grave del governo va ricercata altrove. Una simile mancanza di consapevolezza nasce, come è ovvio, da un vizio di provincialismo che ha sempre limitato le capacità di analisi della cultura pubblica di questo paese, e cioè dal considerare la politica interna separandola da quella estera. Il governo si è indebolito anche e soprattutto perché l’imperialismo italiano ha perso la guerra energetica con gli imperialismi concorrenti. In altri termini, l’Italia ha perso la condizione di assoluto privilegio nelle forniture di petrolio e di altri gas naturali, nonché i notevoli vantaggi per le sue aziende, che deteneva grazie alla collaborazione con Gheddafi. Ciò inciderà profondamente sulla crisi economica che attanaglia il nostro paese.

Approfittando delle ribellioni che scuotono l’Africa, i due imperialismi che storicamente hanno sfruttato quel continente e in parte continuano a sfruttarlo, il francese e l’inglese, si sono proposti, da un lato, di controllare quei moti riportandoli nell’alveo filoccidentale e, dall’altro di emarginare il concorrente imperialismo italiano. Obama, che sul piano della politica estera si sta rivelando uguale se non peggiore di Bush, ha appoggiato l’intervento armato contro la Libia con il proposito di non permettere più che l’Italia continuasse a coltivare il suo orticello libico. Il governo italiano, colpito nei suoi interessi vitali, non ha neanche tentato di reagire sul piano diplomatico e si è arreso subito, abbandonando al suo destino l’amico Gheddafi, il quale a buon diritto ha gridato al tradimento. Il governo ha accettato persino di bombardare un ex alleato, malgrado la sceneggiata di Bossi che pretendeva di cronometrare il conflitto fissando a priori la fine delle ostilità, come se si trattasse di una partita di calcio. Un’arrendevolezza così completa non ha precedenti, anche fuori dell’Italia, se si esclude quella fase della guerra dei Sette anni in cui Federico II di Prussia catturò l’esercito sassone e lo costrinse a combattere per lui. Il governo italiano, però, non si è arreso a un grande condottiero, ma a Sarkozy, il Berlusconi francese, e gli ha spianato pure la strada per consentirgli di acquistare industrie italiane.

Viene in mento il paradossale elogio dei “servi liberi e forti” (sic!) intonato dal direttore del “Foglio”, Giuliano Ferrara, un personaggio che avrebbe recitato molto bene la sua parte nel periodo della Repubblica Sociale Italiana. Come meravigliarsi se, di fronte a questo modo di “difendere” gli interessi dell’imperialismo italiano (basti pensare ad altri due personaggi farseschi come La Russa e Frattini), anche nell’alta borghesia non manchino coloro che, per dirla con Gramsci, vogliono “cambiare spalla al loro fucile”?

Enea Bontempi

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