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La sicurezza dei ciclisti si garantisce parlando anche agli automobilisti

Incidente in via Torino
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9 ottobre 2017

Egregio direttore, vorrei condividere queste poche righe sulla campagna per la sicurezza dei ciclisti da poco in atto a Gallarate.

Lo faccio in qualità di utente della strada, da pedone, ciclista e automobilista, essendo tutte e tre le cose. Non sono un esperto di mobilità dolce (ma nemmeno sono vergine dell’argomento, avendo discusso con lode un dottorato di ricerca sull’architettura delle infrastrutture lineari) né mi definirei un ‘militante’ della ciclabilità urbana.

Lo faccio premettendo di non essere d’accordo su alcuna delle politiche messe in campo dall’attuale amministrazione. Valga questa dichiarazione come una manifestazione di onestà intellettuale: le persone intelligenti sanno che avere opinioni o appartenenze politiche differenti non significa necessariamente diventare dei tifosi schiumanti rabbia con il cervello all’ammasso.

Scrivo, dicevo, come utente della strada che non si identifica con la sola etichetta di automobilista, ciclista, pedone. Cerco di muovermi usando il buonsenso e un certo grado di responsabilità civile: se posso evito l’automobile e uso i mezzi pubblici (per davvero: sono titolare di un abbonamento annuale ‘ovunque in Lombardia’), per spostarmi in Gallarate uso la bicicletta o, se le distanze e i tempi lo consentono, mi muovo pedibus calcantibus.

Questo per dire che mi immedesimo facilmente sia nell’utente forte che in quello debole della strada: ed entrambi sono perplessi da questa campagna di comunicazione, che sostanzialmente scarica sul debole l’onere della sicurezza, e che nel sottotesto rischia di mandare al forte il messaggio che lui dei più deboli non è responsabile. Nulla di più sbagliato, a mio modo di vedere.

Io sono fermamente convinto che la mobilità ciclistica sia fra le cose che dobbiamo implementare se vogliamo un futuro sostenibile per le nostre città (meglio: se vogliamo che le nostre città abbiano un futuro).

Se vogliamo che molte persone prendano la bici, bisogna lavorare sia a livello culturale sia garantendo effettive condizioni di sicurezza ai ciclisti. Per fare questo, servono sicuramente campagne di sensibilizzazione fatte bene (che non trasmettano l’idea che andare in bicicletta sia pericoloso, o che diano addirittura consigli sbagliati), magari rivolte anche agli automobilisti, che da utenti forti vanno responsabilizzati dell’utenza debole (va bene dire ai ciclisti di stare attenti alle portiere: ma è molto più utile insegnare al guidatore che scende dall’automobile ad usare la mano destra per aprire la portiera – il cosiddetto ‘Dutch reach’, manovra che, questa sì, salva molte vite). Ma, soprattutto, vanno garantiti spazi adeguati a chi va in bicicletta: e vanno bene, anzi benissimo, anche le pennellate di vernice gialla che delimitano le corsie ciclabili.

Mi viene in mente l’unico incidente in bicicletta che fino ad oggi mi è capitato, ormai vent’anni fa: procedevo in linea retta, in pieno giorno, quando un automobilista, proveniente dal senso opposto, ha svoltato a sinistra, senza vedermi, per entrare in un parcheggio, centrandomi in pieno e sbalzandomi sul suo parabrezza, che ho praticamente sfondato. Quel giorno sono tornato a casa sulle mie gambe, un po’ dolorante ma intero: so di essere stato incredibilmente fortunato.

Ogni volta che salgo su una bici penso a quell’episodio e so che la mia vita è, bene o male, nelle mani di qualcun altro: a cosa servono consigli nel migliore dei casi banali su come muoversi in bici in ‘sicurezza’? Dov’è la sicurezza se, per quanto possa stare attento, la mia vita è comunque nelle mani di uno che sta alla guida di un mezzo che pesa almeno una o due tonnellate e che se mi colpisce a velocità comunque consentite in ambito urbano mi può uccidere con certezza quasi matematica?

​Non credo che la ‘campagna di sensibilizzazione’ gallaratese​ offra una reale risposta alla domanda di sicurezza di chi è in strada da utente debole.

Davide Ferrari

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