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La transizione interrotta di un “esperimento profano”

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7 novembre 2012

 Dagli anni cinquanta in poi, in occasione degli incontri internazionali, le facce popolari dei segretari generali del partito comunista sovietico…mostrarono agli occhi del mondo che la seconda potenza strategico-militare aveva al governo uomini che venivano dal popolo.» Così scrive Rita di Leo, studiosa dei paesi dell’Est e delle relazioni internazionali, nel terzo capitolo del suo recente saggio "L’esperimento profano" (Ediesse, Roma 2012, pp. 178, € 10,00), in cui analizza le cause del crollo dell’Unione Sovietica. Proprio perché rivela l’ottica (non solo sociologica e politologica ma anche) filosofico-storica dell’autrice, può allora essere opportuno partire, in prima battuta, dalla delucidazione del significato del titolo, chiarendo la differenza tra quei tentativi di rendere gli uomini felici sulla terra, passati alla storia come “sacri esperimenti” (tali furono, secondo la di Leo, le ‘reducciónes’ dei Gesuiti nel Paraguay e la fondazione di Filadelfia da parte del quacchero William Penn), e il tentativo nato dalla rivoluzione russa del 1917, che viene definito “profano” in quanto, diversamente dai precedenti, «slegato da Dio e da Cesare», ma soprattutto in quanto «il principio costitutivo» di tale esperimento «è il comunismo, la cui etica doveva sostituire il ricorso al potere statale, la leva dell’interesse economico e il sostegno della religione». 

L’autrice, che è stata nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso un’esponente dell’operaismo, precisa che l’interesse per l’esperimento sovietico è stato il frutto di «una scelta politica, più da militante sconfitto che da studioso accademico». Ad ogni modo, i tre densi capitoli in cui si divide il saggio non si limitano a delineare la scansione della storia dell’esperimento sovietico in tre periodi (la sequenza dei titoli apposti a ciascun capitolo è quanto mai pregnante: «Iniziò con i filosofi-re», «Continuò con la gestione popolare», «Fallì con il mercato»), ma rivelano l’intento ambizioso di una sintesi, per l’appunto, filosofico-storica.

La tesi che innerva il saggio è imperniata gramscianamente sulla centralità della funzione degli intellettuali, che, giunta ad esprimere il suo massimo potenziale per opera dei bolscevichi (definiti, con espressione platonica, i “filosofi-re”), è stata sostituita dopo la morte di Lenin dall’“operaismo egualitarista” di Stalin (1924-1953) con un rovesciamento dell’asse delle alleanze rispetto a quell’incontro tra élite intellettuali e masse proletarie che aveva contribuito a rendere vittoriosa la rivoluzione e aveva poi garantito l’avvio dell’esperimento sovietico, e dopo la morte di Stalin dalla “gestione popolare” di Krusciov e di Breznev (1956-1984), sfociando infine nella liquidazione del “socialismo realizzato” da parte di Gorbaciov (1985-1991). Da questo punto di vista, la differenza tra Lenin e Stalin viene così individuata: «Al di là delle dichiarazioni ufficiali di continuità, Stalin si contrappose a Lenin nel puntare sulla capacità dei dirigenti provenienti dal popolo di rendersi autonomi dai dirigenti intellettuali». In termini generali, il processo che si è compiuto durante i tre quarti di secolo abbracciati dall’esperimento sovietico (1917-1991)  processo che, vale la pena di sottolinearlo soprattutto oggi, è semplicemente letale per le prospettive della sinistra  viene riassunto dalla di Leo con la seguente formula: progressiva sostituzione della politica-progetto con l’economia, ossia con il mercato. Il che significa, detto più esplicitamente, con la restaurazione (e la contestuale mondializzazione) dei rapporti di produzione capitalistici, laddove alla di Leo si può muovere l’appunto, a partire dal sottotitolo del saggio, Dal capitalismo al socialismo e viceversa, di non distinguere con la necessaria chiarezza fra la ‘transizione dal capitalismo al socialismo’ e il processo contrario, che non si configura come una ‘transizione’ invertita, dal socialismo al capitalismo, ma come la restaurazione, ‘tout court’, del capitalismo.

In termini specifici, analizzando rispettivamente il ruolo della classe operaia e degli intellettuali, è la stessa autrice a spiegare, citando un’intervista sulla fine dell’Urss da lei rilasciata nel 1992, le cause per cui la classe operaia sovietica non diventò il modello di riferimento per gli operai dei paesi capitalistici: «…gli operai al governo hanno fatto due cose. Innanzitutto, hanno cercato la sicurezza militare, e quindi hanno fortificato le difese dello Stato di cui loro erano dirigenti…questo obiettivo l’hanno raggiunto per ottanta anni. In secondo luogo, hanno dato a se stessi in quanto ceto dirigente i privilegi di cui hanno goduto tutti gli altri ceti dirigenti quando sono andati al potere…Qual è il privilegio che vuole l’operaio che va al potere? È il privilegio di lavorare poco e di dirigere e di autoregolamentare il processo di estrazione del proprio plusvalore…Questo gli operai sovietici lo hanno fatto e, proprio perché lo hanno fatto, stanno nei guai in cui stanno».

Per quanto riguarda gli intellettuali, l’autrice osserva che è in questo settore decisivo per l’egemonia che l’esperimento sovietico ha fatto registrare il limite più grande, poiché, dopo Lenin, nessuno dei suoi successori seppe impedire la saldatura di un blocco sempre più ostile all’esperimento sovietico e alla prospettiva della transizione al socialismo, che, in fasi diverse, arriverà a comprendere, oltre agli intellettuali di tipo tradizionale emarginati e schiacciati dalla dittatura del proletariato in quanto da sempre nemici irriducibili di quell’esperimento e di quella prospettiva, altri tre gruppi di intellettuali, che vengono distinti in “rivoluzionari di professione”, “politici della famiglia socialdemocratica” e “pianificatori”.
Un ultimo appunto che si può muovere a questo libro, piccolo ma importante, riguarda il pessimismo che aleggia nelle pagine, pur taglienti e rigorose, scritte dalla di Leo. Tale pessimismo spiega l’uso di un termine chiave che non a caso si incontra dappertutto nel linguaggio dell’ideologia dominante quando questa si riferisce all’“esperimento profano”: il termine ‘fallimento’. La stessa autrice del saggio reca non pochi argomenti utili a confutare la congruenza di questo termine che, se per un verso può apparire formalmente legittimo in rapporto con il termine ‘esperimento’, non è adatto per un altro verso, essendo semanticamente ipotecato da quel ‘primato dell’economia’ che viene giustamente contestato nel saggio, a designare l’esito di quel tentativo veramente grandioso.

Può essere allora opportuno, non per contrapporlo al saggio in questione, ma per integrarne, approfondirne ed estenderne il raggio analitico e cognitivo, menzionare il libro di Hans Heinz Holz, Sconfitta e futuro del socialismo, risalente al 1994, che fin dal titolo usa, abbinandolo dialetticamente al termine ‘futuro’, l’unico termine che sia, alla luce del materialismo storico, corretto, cioè il termine ‘sconfitta’. Dunque, la transizione non ha invertito la sua direzione di marcia, bensì è stata interrotta e sconfitta, e il capitalismo è stato restaurato. Ma la storia delle lotte fra le classi, attraverso i continenti e le generazioni, continua. Quell’esperimento, ripreso, emendato, rafforzato e difeso, ha ancora un futuro.

Eros Barone

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