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La vera “economia reale”

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3 gennaio 2009

Egregio direttore,

in un programma televisivo inglese due comici, un finto intervistatore e un finto economista, discutono sulla crisi. La domanda è: com’è potuto succedere? Semplice, dice l’economista: poniamo di incontrare un povero nero dell’Alabama con reddito basso e senza casa; gli diciamo che può mettersi un tetto sopra la testa a un prezzo ragionevole con un mutuo a tasso superiore a quello corrente (dato il tipo di solvibilità) ma garantito dal sicuro aumento del valore della casa, naturalmente ipotecata. Il nero ha la casa e la banca ha un mutuo ad alto rendimento, che impacchetta con altri mutui dello stesso genere e vende sul mercato (si ricordi la cambiale riscontata). L’intervistatore inarca le sopracciglia: ma chi si compra il debito a rischio di un negro dell’Alabama? Semplice, ripete l’economista: è una questione di marketing. Siccome il rendimento è alto e la garanzia è sicura dato l’andamento del mattone, mi faccio assegnare un alto punteggio da una società di rating, rinomino il debito del negro “Credito strutturato di alta gamma” e vado a venderlo come derivato a Berlino o a Sidney dove il compratore non potrà chiedere all’impiegato di banca cosa diavolo c’è dentro. E l’impiegato, sbandierando il rating, penserà solo alla provvigione da intascare.

Non sono sicuro di aver riportato a memoria l’esatto dialogo, ma il senso è quello. Lasciamo perdere, a questo punto, il marketing, i nomi fantasiosi e i traffici di quella che ormai è la vera economia reale (cioè l’economia del capitale fittizio) e basiamoci sull’unico rapporto che produce valore, quello fra capitale e forza-lavoro. Bastano poche righe. Di Marx è nota la “formula trinitaria che abbraccia tutti i segreti del processo di produzione sociale”: capitale, terra e forza-lavoro. Il capitale è suddiviso in mezzi materiali (impianti, materie prime, semilavorati ecc.), profitto d’impresa e interesse; la terra produce rendita per il solo fatto di essere proprietà privata; il valore della forza-lavoro equivale al valore della quantità di prodotti e servizi necessari a riprodurla (salario). Ora, i mezzi materiali contengono in ultima analisi profitto e lavoro, il profitto non è altro che una manifestazione locale del plusvalore globale e l’interesse non è altro che una ripartizione del plusvalore; quindi procediamo a una eliminazione, per cui la formula trinitaria nuda e cruda diventa: capitale, rendita, lavoro. Ma la terra di per sé non ha valore, esiste, non è stata prodotta, quindi il valore che essa apparentemente “rende” deve provenire da un’altra parte. Siccome il salario è dato, come abbiamo visto, non rimane che il plusvalore. La rendita è una ripartizione sociale del plusvalore. Bene, siamo giunti alla semplificazione massima: plusvalore-capitale e lavoro-salario. Qui Marx, giunto al termine del Terzo Libro del “Capitale”, ci ricorda le ragioni per cui ha scritto questa sua opera: “Ma il capitale non è una cosa; è un determinato rapporto sociale di produzione, proprio di una determinata formazione storica della società, che si rappresenta in una cosa e conferisce a questa cosa uno specifico carattere sociale. Il capitale non è la somma dei mezzi di produzione, materiali e prodotti. Il capitale sono i mezzi di produzione trasformati in capitale, che in sé non sono capitale più che siano denaro in sé e per sé, oro o argento. Sono i mezzi di produzione monopolizzati da una determinata parte” (“Il Capitale”, Libro III, capitolo XLVIII).

Sennonché il rapporto sociale sta mutando natura: lo sbigottimento generale dei governanti di fronte alla batosta di ottobre dimostra abbondantemente che la “non esistenza potenziale” del capitalismo, di cui parlava esplicitamente Marx, è oggi ancor più marcata e che basterà veramente poco al proletariato per spezzare gli ultimi vincoli che lo legano, con tutta l’umanità, al regno del valore di scambio.

Il nero dell’Alabama o l’operaio costretto a mangiare polpette al Mc Donald’s, semidisoccupati, spiantati e senza casa, si sono trovati nel mezzo di un ciclone che ha portato il costo del denaro vicino allo zero (ora all’1% in Usa, allo 0,5% in Giappone). Stiamo assistendo ad uno spettacolo fantastico in cui il capo dell’economia americana, Bernanke, dichiara di essere “disposto a gettare soldi gratis sulla popolazione pur di scongiurare il disastro”. Un momento: denaro a costo zero significherebbe casa a costo zero, pagabile semplicemente con lavoro erogato nel tempo. Hanno ragione i beceri fondamentalisti protestanti, più oltranzisti dello stesso Bush: c’è del socialismo in America.

Enea Bontempi

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