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Le basi culturali della società corrotta

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2 gennaio 2009

Uno degli inquisiti per reati contro la pubblica amministrazione ha detto: “la politica significa sostanzialmente assicurare favori per raccogliere voti”. Si tratta di un rapporto bilaterale tra eletti ed elettori che perseguono il proprio tornaconto: gli uni il successo, la carriera, i soldi; gli altri l’attenzione, la raccomandazione, una riserva di futuro.
In questa concezione della politica come baratto di benefici e di aspettative non c’è spazio per il bene comune che diventa un’astrazione, un obiettivo fuori moda e fuori mercato. Anche l’etica e l’onestà diventano concetti che non trovano applicazione nella sfera pubblica e pure nello spazio privato permane la doppia morale: rubare agli altri è reato, peccato, cosa disdicevole; rubare allo Stato è stringente necessità, debolezza tollerabile sia per i ricchi che per i poveri. I primi, semmai, rubano per bisogno, i secondi per avidità.
Si dice: non tutti i politici sono corrotti e la stragrande maggioranza dei cittadini è onesta. Tuttavia la corruzione è un fenomeno obiettivo, paragonabile all’inquinamento che c’è a prescindere dalla volontà personale: bastano poche parti di inquinanti e la realtà diventa pericolosa, inquietante, foriera di conseguenze negative per tutti. Il tasso di corruzione, come quello dell’ inquinamento, dipende dalla quantità e dalla qualità dei veleni in circolazione che, nella politica, sono altissimi.
Non meraviglia pertanto che la politica sia percepita come un malaffare ma, più esattamente, essa è lo specchio deformato della società: se si vendono i favori significa che vi è una larga disponibilità a comprarli ed è difficile stabilire dove finisce la responsabilità dei politici e comincia quella degli elettori. Di qui l’irrilevanza della “questione morale” che si dissolve in una autoassoluzione collettiva.

Tangentopoli non è stato un evento ma una condizione oggettiva permanente, tanto che, sin dagli anni cinquanta, un insigne professore di Harvard sentì l’esigenza di compiere uno studio approfondito sul “caso italiano” come situazione di immoralità politica diffusa, condivisa e praticata. Il difetto fondamentale della società italiana, cioè la corruzione pubblica generalizzata, consiste in una molteplicità di fenomeni correlati al “familismo amorale” che è la causa della cronica carenza di senso civico.
L’inchiesta di Edward Banfield “Le basi morali di una società arretrata” è diventato uno dei grandi classici della scienza sociale moderna che ha aperto nuove vie di esplorazione; tra cui lo studio di Putnam sulla “Tradizione civica nelle regioni italiane” e quello di Bagnasco sulla “Società fuori squadra”.
Queste analisi sono tuttora al centro degli interessi degli studiosi per spiegare l’anomalia italiana come dimostrazione in negativo dell’importanza della cultura per lo sviluppo politico ed economico.
L’ ethos degli italiani, ciò l’insieme delle idee, delle usanze, dei termini di giudizio e dei modi di comportamento, è stato determinato in origine dalla estrema povertà, dalla vita brutale e breve, dall’assetto latifondista del territorio, dall’autoritarismo senza limiti dei poteri che hanno trovato nella famiglia nucleare l’unica possibilità di difesa.

Lo schema interpretativo di Edward Banfield si basa sulle contraddizioni strutturali rilevate con metodo scientifico a Montegrano (nome dietro il quale si nasconde il paese di Chiaromonte in Basilicata) che hanno sedimentato, nonostante le trasformazioni materiali successive, l’ethos di familismo amorale che, attraverso le generazioni, ha fissato il carattere degli italiani incentrato esclusivamente sulla famiglia come “mondo a parte” –
Montegrano è il paradigma dell’Italia familista che non ha autostima, diffida del prossimo, è negata alla cooperazione.
Anche se l’Italia non è più un Paese agricolo, povero e arretrato ma una società variegata con zone economicamente e tecnologicamente avanzate ed altre ove ancora permane un’economia di sussistenza, le dinamiche che governano questi mondi variegati, fragili, a rischio di disgregazione, continuano ad operare secondo la sindrome del familismo amorale che spiegano il permanere di forme di populismo e di particolarismo sia nel Nord evoluto che nel Sud premoderno: i due poli della maggior tensione antipolitica e antisolidale.

Questo tratto culturale ormai consolidato e radicato costituisce la chiave per comprendere come molti aspetti della modernità coesistano, in Italia, con convinzioni e comportamenti arcaici. Altri Paesi hanno subito “fratture storiche” non meno di gravi di quelle che hanno spaccato l’Italia ma in nessuna democrazia moderna permangono profonde divisione come quelle che dividono gli italiani con una contrapposizione radicale che non trova più ragioni nei fatti ma spiegazione nella sedimentazione dei sentimenti. In Italia non c’è mai stata una cultura comunitaria, quella che Coleman chiama il “primordial sociale capital”, cioè il complesso delle risorse umane, morali e materiali che derivano dalle relazioni in cui la persona è inserita, ma è sempre prevalso il particolarismo locale e individuale.
La politica italiana non ha capito che la causa dell’antipolitica è il deficit di “capitale sociale”, altrimenti non avrebbe distrutto i partiti popolari di massa radicati nel territorio e fondati sulla partecipazione popolare.
La maggior parte delle persone non hanno quasi mai, nella loro vita, la possibilità di appartenere ad una comunità più larga della famiglia, per cui la soppressione dei partiti popolari, ridotti a partiti personali familisti, ha drasticamente impoverito la qualità delle relazioni sociali e depauperato il clima di fiducia reciproca tra le persone. La politica fallisce se non riesce ad incrementare la capacità di stare insieme, di condividere la fiducia, di innovare le convinzioni culturali.
Leo Longanesi ha proposto che sul tricolore venga impresso il motto che eternamente ci divide: “tengo famiglia”!

Camillo Massimo Fiori

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