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Le Costituzioni? Nascono dai cannoni

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14 marzo 2005

Al centro del revisionismo sulla Resistenza, pervicacemente riproposta, a tutti i livelli della comunicazione di massa, dalle vestali della “riconciliazione nazionale” e della “memoria condivisa”, vi è l’idea, tipicamente terzaforzista, che le ferite prodotte da una guerra civile debbano essere curate con la medicina di Salomone: un ‘fifty-fifty’ di meriti e di colpe, di elogi e di necrologi, di azioni e di reazioni, equamente distribuiti fra partigiani e combattenti della repubblica di Salò, tra fascisti e antifascisti, tra SS e gappisti. La rappresentazione terroristica e demonizzante del Novecento come secolo della violenza e dello sterminio prodotti dai regimi totalitari, oltre ad avallare la prospettiva di una ‘memoria condivisa’, presume di offrire la chiave storiografica per una operazione che mira ad espungere dal discorso pubblico sul secolo scorso ogni giudizio di valore, immergendo fatti, eventi e personalità nella classica notte in cui tutte le vacche sono grigie, cioè rovesciandoli dentro il buco nero della categoria di “carneficina”.
Eppure occorre una considerevole ignoranza – o una sconfinata malafede – per disconoscere o rimuovere il fatto che l’Italia non è l’unico paese ad avere vissuto la tragedia di una guerra civile, dal momento che condivide una simile esperienza con gli americani e con i francesi, i quali hanno dovuto fare i conti, rispettivamente, da oltre cent’anni e da oltre cinquanta, con la difficoltà di rimarginare le ferite inferte dalla guerra di secessione e dal governo collaborazionista di Vichy.
Proviamo allora a domandarci quale sia la radice ideologica da cui trae alimento e plausibilità il revisionismo sulla Resistenza, che imperversa sia a destra che a sinistra, trovando echi e riscontri anche nella cosiddetta sinistra radicale. Orbene, va detto con la massima chiarezza che ben difficilmente tale domanda troverebbe risposta, se non si tenesse conto della organica renitenza dei ceti intellettuali occidentali a riconoscere, marxianamente, il ruolo storico della violenza come levatrice della storia, renitenza che è strettamente connessa alla progressiva affermazione, su scala mondiale, della ideologia dei diritti umani, che è quanto dire dell’unica forma di coscienza sociale sopravvissuta alla crisi delle ideologie. Dal punto di vista etico-politico, è infatti del tutto evidente che un unico pregiudizio, rispettabile ma discutibile, funge da minimo comun denominatore dei differenti revisionismi: da quello sulla Resistenza a quello sulla rivoluzione francese, da quello sulla rivoluzione d’ottobre a quello sulla rivoluzione cubana. Tale pregiudizio è quello secondo cui nessun progetto di trasformazione sociale, nessuna dottrina ideale, nessun mutamento della costituzione civile giustifica il ricorso alla violenza e la eliminazione di vite umane. Sennonché, come non vedere il paradosso che l’assunzione di un simile pregiudizio genera tanto a destra quanto a sinistra? A destra, i fautori del realismo geopolitico, che giustificano l’esportazione della democrazia liberale in Iraq e negli altri “stati canaglia” attraverso la guerra preventiva, inarcano il sopracciglio quando pronunciano i loro giudizi sul “fas et nefas” della guerra di liberazione; a sinistra, coloro che difendono la legittimità della violenza antifascista nel biennio 1943-45 negano ogni legittimità all’uso della forza sullo scacchiere mondiale da parte degli USA. Laddove è del pari evidente che il richiamo all’ideologia dei diritti umani consente di dire tutto e il contrario di tutto, confermando la giustezza dell’icastica affermazione di Marx, secondo cui nel mondo moderno tale ideologia adempie la stessa funzione che adempiva l’ideologia della schiavitù nel mondo antico.
In conclusione, tornando al revisionismo sulla Resistenza, sono convinto che sia venuto il momento di indirizzare alle vestali della “riconciliazione” e della “memoria condivisa” un discorso semplice, forte e chiaro: la guerra di liberazione combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945-46 non necessita interpretazioni “bipartisan” o legittimazioni simmetriche, perché certe guerre civili meritano di essere combattute, perché la moralità della Resistenza consistette anche nella decisione degli antifascisti di rifondare l’Italia a costo di versare il sangue e perché, come ricordava Ferdinand Lassalle, grande leader dei socialisti tedeschi, le Costituzioni nascono dai cannoni.

Eros Barone

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