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Lettera aperta sul teatro

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28 aprile 2011

Adriano Gallina risponde alla lettera aperta dell’Arch. Gianetti alle osservazioni di qualche giorno fa sull’ipotesi del teatro alla Caserma Garibaldi a Varese.

Lettera aperta,
Sono realmente stupito e persino un po’ lusingato, perché credo sia infatti la prima volta – se la memoria non mi inganna – che un Ordine professionale si assume il compito di rispondere con una "lettera aperta" alla presa di posizione di un candidato consigliere comunale (non Sindaco), per giunta nelle liste di una forza politica in fondo ancora minoritaria (per ora, solo per ora) nel panorama politico nazionale e locale.

Devo quindi ringraziare davvero l’Arch. Laura Gianetti perché, grazie alla sua lettera aperta, offre a me e a Sinistra Ecologia e Libertà l’opportunità di un approfondimento.

La ringrazio un po’ meno invece, con tutta franchezza, per le gratuite illazioni relative alle motivazioni ("la caccia al voto, l’affermazione della propria presenza, la necessità di exploit capaci di far convergere i riflettori") che attribuisce al mio intervento dei giorni scorsi: segno evidente, da un lato, della mancanza di conoscenza del sottoscritto, del mio lavoro e della frequenza con cui da molti anni – non da oggi – intervengo pubblicamente su questi temi; sintomo chiarissimo, dall’altro, di un possibile nervo scoperto. E’ probabilmente l’effetto di quella che viene normalmente chiamata "attenzione selettiva", che si attiva sostanzialmente quando un dato percettivo – nel rumore di fondo dei messaggi – fa vibrare qualche recettore particolarmente sensibile.

Che quest’argomento, infatti, rappresenti uno dei temi forti della campagna elettorale e dei programmi per la nostra città è del tutto ovvio: non è casuale del resto, mi pare, che al problema del comparto "Caserma Garibaldi/Piazza Repubblica" faccia riferimento anche, nei giorni scorsi, la lettera aperta dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili. Architetti e costruttori, dunque. Significativo, credo.

Ma, Arch. Gianetti, lei crede, può seriamente credere, che sia facile per un organizzatore teatrale opporsi o avanzare dubbi sulla possibile nascita di un nuovo teatro? Avanzare tali dubbi in un’epoca in cui teatri e cinema chiudono per riconvertirsi in Supermercati o banche? Crede davvero, può seriamente credere, che un organizzatore teatrale possa essere sereno nel momento in cui dichiara – facendo riferimento all’Apollonio – "un teatro, bene o male, c’é già"?
Vede, è proprio questo il paradosso e, credo, l’ironia dell’intera querelle: il fatto che, nel caso in questione – insieme a Sinistra Ecologia e Libertà – ho tentato di liberarmi dei panni corporativi del teatrante per aprirmi ad una visione di natura schiettamente politica e da cittadino.

Il nodo progressista che per una volta ho posto – e che vien posto nei nostri programmi – non verte infatti sulla banale questione "teatro sì/teatro no" né sulle alate e ovviamente (si figuri poi per me che ci lavoro e ne scrivo da anni) del tutto condivisibili osservazioni sulla funzione civile del teatro. Noi abbiamo al contrario posto il problema del costo sociale, urbanistico ed ambientale di un’operazione di project financing di cui ancora non si vedono i contorni e che – l’ho scritto io e lo ha ribadito Angelo Zappoli poco dopo – prevede a compensazione delle opere pubbliche in cessione al privato un incremento volumetrico di 37.000 mq. Al netto di un teatro che – lo sottolineo nuovamente – nel bene o nel male già c’è.

Qual è il prezzo che la comunità varesina dovrà pagare, in buona sostanza?

Non voglio, non vogliamo, essere ciechi, o banalmente "barricadieri" od operare da una posizione a priori di retroguardia. Trovo anch’io interessante – per esempio – la proposta dell’amica Luisa Oprandi e del PD di sottoporre le progettualità sul comparto ad un referendum popolare. Come dire? Restiamo a disposizione per vedere le carte e sottoporle al giudizio della cittadinanza.

Ma, a fronte della disinvoltura e sicurezza con cui – ancora ieri – l’Avv. Fontana ha confermato la disponibilità di un’impresa privata interessata al progetto (forse anzi, ha lasciato intendere il Sindaco con una metaforica strizzatina d’occhio, più d’una) mi chiedo: perché non rendere esplicite sin d’ora le contropartite volumetriche in gioco? Perché non comunicare chiaramente – proprio ora, nel momento in cui i cittadini sono chiamati a esprimersi se possibile su programmi e non su proclami – che ne sarà di tutta l’area? Se non ora, quando? Vale la pena ricordare a tutti, infatti, a tutti che il progetto relativo all’area in questione – teatro compreso – era parte fondativa del programma della maggioranza nelle elezioni amministrative del 2006. E vale la pena ricordare a tutti che quella piazza e l’attuale Teatro Apollonio – di cui ora giustamente ci lamentiamo con alti lai e di fronte a cui inorridiamo – non nascono nel vuoto deliberativo (come ha avuto la bontà di ricordarmi l’Arch. Gianetti, infatti: "la legislazione affida all’Amministrazione stessa il compito di soppesare e proporzionare le opere compensative con le opere pubbliche in cessione"). Appunto: Piazza della Repubblica e Apollonio nascono dall’azione congiunta di decisioni amministrative e progetti architettonici approvati da una precedente giunta guidata dalla Lega Nord.

Non basta per preoccuparsi? E per adottare un razionale principio di precauzione?

Dopo di che basterebbe ripensare a quanto sostenuto per esempio dal Prof. Luigi Zanzi, nel corso del convegno che ha chiuso a febbraio la presentazione dei progetti dell’Accademia di Mendrisio per rendersi conto del fatto che – probabilmente – l’idea del project financing (ossia, banalmente, del do ut des) sia solo la via più semplice e comoda per percorrere operazioni di questo respiro.

Esisterebbero per esempio gli strumenti della finanza locale: strumenti il cui timidissimo e contradditorio potenziamento – sia detto per inciso – la Lega Nord sta da anni contrattando, chiudendo occhi, bocca ed orecchie di fronte alla complessiva devastazione berlusconiana del Paese (e, nella persona del Sindaco Fontana, accettando come se niente fosse – dopo gli infuocati annunci di dimissioni di alcuni mesi fa – un taglio di trasferimenti nazionali e regionali pari a tre milioni di euro); esistono le Fondazioni Bancarie (mi riferisco in primo luogo alla Fondazione Cariplo, ma anche alla – un po’ fantomatica – Fondazione UBI): pensiamo agli interventi sviluppati in questi anni anche grazie a queste leve finanziarie, per esempio, al Teatro Litta di Milano o all’incredibile e modernissimo restauro in via di conclusione del Teatro Ristori di Verona ad opera della Cariverona; ed esistono i finanziamenti europei, rispetto ai quali bene ha fatto recentemente il PD a segnalare la totale inanità dell’attuale Amministrazione (0 (zero) euro di recupero risorse).

Tutti strumenti che non comportano una contropartita volumetrica.

Detto tutto questo – e mi pare possa bastare – rimangono naturalmente confermati tutti i rilievi già da me avanzati sul senso culturale ed artistico e sulle prospettive gestionali, che vorremmo pubbliche o a chiara funzione pubblica, dell’ipotetico nuovo teatro.

Non se ne sa nulla. Non se ne parla. Eppure è soprattutto a questo ordine di valutazioni che – anche sul piano strettamente architettonico (quanti teatri costruiti senza far minimamente riferimento ai teatranti, a chi calcherà le tavole del palco, alle tipologie di spettacolo, alla flessibilità degli spazi!) – occorre fare riferimento per una valutazione complessiva del progetto. Ma un elettore consapevole – anche un cittadino-architetto – non dovrebbe chiedere ragione anche di questo?

Cordialmente,

Adriano Gallina
Candidato di Sinistra Ecologia Libertà al Consiglio Comunale di Varese

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