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Lotta politica e piazza: ancora sul No B-Day

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7 dicembre 2009

Egr. Direttore,
francamente, nel rispetto delle opinioni di tutti, le discussioni, gli interventi sulla manifestazione di sabato a Roma mi sanno un po’ troppo di vecchio e di stantio.
Lasciamo perdere la destra ed i suoi opinionisti, che peraltro in coerenza con il loro populismo non disdegnano il ricorso alla piazza, ovviamente quando sono all’opposizione (e poi qualcuno di loro non ha sollecitato un uguale e contrario Sì B-Day a favore del premier?), e soffermiamoci sui mal di pancia del centrosinistra.
Contrapporre lotta nelle piazze e lotta nelle istituzioni mi sembra sbagliato. Non che la piazza non abbia mai dato spallate ai governi, ma bisogna andare indietro negli anni per vedere governi, comunque deboli politicamente o numericamente, liquefarsi dopo una manifestazione di piazza. Scendere in piazza ha per me soprattutto il valore di significare una presenza, di manifestare in modo forte e chiaro una volontà, una determinazione, un punto di vista, di marcare, perché no, un’identità politica o culturale o morale o sociale. Quindi ricordare, come fa qualcuno, il detto nenniano “piazze piene, urne vuote” mi pare fuori tema. Così pure mi pare sia andato fuori tema chi, fuori gioco politicamente da tempo, contrappone mobilitazione di piazza da una parte e presenza o presidio territoriale dall’altra (girare le piazze ed i mercati), quasi che le due siano così diverse (il mio partito, a Malnate, per fare un piccolissimo esempio, al mercato ci va e spesso, senza per questo illudersi di abbattere governi o amministrazioni comunali).
Allora se dei giovani, usando in modo intelligente la rete, si sono autoconvocati per far sentire, per farci sentire il loro dissenso nei confronti del premier e della sua politica (e, perché no, dei suoi comportamenti) personalmente non posso non compiacermi.
E non capisco nemmeno l’ennesimo mal di pancia, all’interno soprattutto del Partito democratico, sulla opportunità di partecipare o meno come partito. Sono finiti i tempi, almeno mi auguro, in cui il partito era concepito come un’istituzione totalizzante, attorno a cui doveva ruotare l’intero universo politico e sociale; si può benissimo partecipare, a titolo individuale a mobilitazioni di altri, soggetti sociali o politici che siano; certo se ci si chiama Bindi o Franceschini la presenza è qualificante, se ci si chiama Bersani o D’Alema l’assenza è significativa. Ma, non avendo deciso il partito di aderire come tale, non mi sembra che per questo si debba sentire a disagio più di quel tanto chi, come Adamoli o anche come il sottoscritto, ha scelto di non partecipare.
Ciò detto, siamo d’accordo che i governi si abbattono in parlamento, con i voti di sfiducia, o nelle urne, scegliendo altre maggioranze; ma qualcuno si illude che “la via parlamentare” nell’immediato possa dare risultati politici clamorosi, a meno di un’improbabile implosione del centrodestra?
Questo per dire che il dovere di un partito d’opposizione è di combattere al meglio in parlamento, per sfruttare i momenti di debolezza della maggioranza e tentare di bloccare provvedimenti ritenuti negativi contrapponendo emendamenti o proposte alternative; ma un partito, al momento d’opposizione ma con l’ambizione di andare al governo, ha il dovere di lanciare proposte e messaggi chiari al Paese; e questo lo si può e lo si deve fare sia nelle istituzioni sia con le mobilitazioni. Se per una volta sono stati altri a scendere in piazza, non dobbiamo andare in sofferenza, ma rallegrarci che non siamo i soli a combattere Berlusconi ed il suo governo.
Cordiali saluti

Mariuccio Bianchi - Malnate

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