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Marx, i comunisti e la questione nazionale

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11 gennaio 2009

Egregio direttore,
gli indirizzi inaugurali che accompagnarono il Congresso di fondazione della Prima Internazionale (Londra, St. Martins Hall, 1864) contengono numerosi ordini del giorno approvati a favore dell’indipendenza polacca. Si riconosce alla Polonia, smembrata dall’oppressione zarista, austriaca, prussiana, lo “status” di nazione martire. Nell’atto fondativo della prima organizzazione internazionale dei lavoratori compare quindi, assieme al riconoscimento della necessità della lotta di classe, il riconoscimento esplicito della necessità della lotta per l’indipendenza nazionale dei popoli oppressi.
Già nel 1847-48 Marx ed Engels avevano pubblicato un’infinità di articoli e lettere sulle varie riviste democratiche e liberali d’Europa e d’America, a favore delle lotte nazionali dei paesi oppressi (l’Italia era fra questi) dalla dominazione degli imperi coalizzati nella Santa Alleanza. Friedrich Engels trovò perfino il tempo per dedicarsi ad una ricerca d’archivio il cui scopo era quello di verificare se la sua compagna, Mary Burns, scozzese di origine irlandese, fosse una discendente del casato di quel Robert Burns, che fu un grande poeta nazionale scozzese e combattente per la libertà della sua terra dall’oppressione inglese. La ricerca produsse risultati deludenti, ma attesta la considerazione in cui erano tenute, da Marx ed Engels, le cause delle nazioni oppresse.
L’Irlanda era una di queste e uno dei motivi della rottura fra Marx e i dirigenti inglesi del movimento cartista (che pure il Nostro stimava grandemente) risale proprio alla questione dell’indipendenza irlandese, che questi osteggiavano. Come ci riferisce lo storico Eric J. Hobsbawm, Engels si trovò ad assistere a una strage di civili, avvenuta a Londra in seguito ad un attentato dinamitardo degli indipendentisti irlandesi. Ne risultò profondamente scosso e turbato, lui che era un vecchio soldato delle guerre antiassolutistiche che si erano combattute in Germania durante e dopo il 1848. Eppure tale evento non scalfì la sua convinzione che gli irlandesi combattessero legittimamente per la loro indipendenza. Quei dirigenti della ‘sinistra radicale’ italiana che (come Fausto Bertinotti o Nichi Vendola) negano oggi ai popoli oppressi dall’imperialismo americano (ed europeo) il diritto di resistere con le armi per la propria indipendenza nazionale sono lontani anni luce dalle concezioni che furono di Marx ed Engels.
Per tutta la sua vita Marx fu ossessionato dall’idea che la Russia imperiale potesse intervenire nelle guerre rivoluzionarie che si erano scatenate in Europa dopo il 1848. E che ne decidesse la sorte con il peso delle sue immense fanterie e della formidabile cavalleria cosacca, così come era avvenuto in Ungheria e in Polonia. Riteneva che ciò avrebbe prodotto inevitabilmente un arretramento della rivoluzione europea, tale da non consentirne la ripresa se non dopo parecchi decenni. Quando nel 1854 la Francia, l’Inghilterra e la Turchia entrarono in guerra contro la Russia (guerra da noi conosciuta come “guerra di Crimea” del 1855), Marx considerò questo intervento un fausto avvenimento. Non era una guerra della rivoluzione contro la cittadella della controrivoluzione, ma una guerra fra i tre Stati più importanti della contro-rivoluzione. Chiunque combattesse contro la Russia era per Marx al servizio della rivoluzione, indipendentemente dal fatto se ciò avvenisse o no consapevolmente. L’abbattimento della Russia zarista era considerato dal Nostro una delle condizioni indispensabili per una possibile vittoria proletaria, dal momento che l’impero degli zar costitutiva una posizione di riserva della reazione europea ed era di per sé stesso una minaccia ed un pericolo, come avevano dimostrato gli avvenimenti del 1848-49. Conseguentemente, quando si trattava di attaccare lo zarismo, Marx non rifuggiva da nessuna alleanza e non si faceva scrupolo di pubblicare articoli antirussi sui giornali più conservatori. Entrò pertanto in rapporto con Urquhart, uno scozzese eccentrico che era membro del Parlamento britannico, il quale aveva combattuto i turchi a fianco degli indipendentisti ellenici e, dopo un viaggio in Turchia, si era innamorato di quel paese e dell’Islam. Personaggio singolare e monomane, romantico e per molti versi reazionario, Urquhart odiava l’industria moderna, la borghesia, il suffragio universale e, soprattutto, i cartisti e i rivoluzionari, nella convinzione che facessero il gioco della Russia. L’alleanza e la collaborazione fra Marx e Urquhart si formarono proprio sulla base della comune avversione alla Russia zarista.
Sennonché il pericolo costituito oggi dall’imperialismo americano e dal sionismo israeliano per la libertà e la vita stessa dei popoli della Terra è di gran lunga superiore al pericolo che l’impero russo costituiva al tempo di Marx. Ricordando Marx, dobbiamo allora trarne insegnamenti e imparare il corretto metodo per sviluppare compiutamente una politica antimperialista. La quale deve necessariamente tenere conto di possibili alleanze tattiche e convergenze momentanee anche con forze che si ispirano a culture politiche, borghesi o religiose, assai lontane o addirittura estranee alla concezione marxista e comunista, ma che avvertono il pericolo e la minaccia globale dell’imperialismo americano. L’analogia con il “caso Urquhart”, sconosciuto ai più, che ci dimostra come Marx cercasse di dar corpo ad una “politica estera” per la classe operaia britannica e per il “partito rivoluzionario” del proletariato europeo, dovrebbe servire a rimuovere le preoccupazioni di quei comunisti che, a torto, intravedono in questa tattica pericolosi elementi di cedimento. Le possibili alleanze tattiche e le convergenze momentanee, cui è necessario ricorrere nell’ambito della lotta antimperialista, escludono a priori ogni rapporto con forze politiche e culturali che, in qualche modo, si rifanno al fascismo. Un movimento di resistenza all’impero americano, per quanto ampio ed inclusivo, non può contenere, ovviamente, gli eredi del fascismo. Questi sono stati alleati, subalterni e subordinati, dell’imperialismo americano che li ha utilizzati nella sua lotta mortale contro il movimento comunista fin dal 1945-47. Dopo il crollo dell’Urss, gli americani hanno “cambiato spalla al loro fucile” e si sono rivolti ad altri alleati, di destra, di centro, di sinistra. E questo avverrà anche con il nuovo presidente degli Usa, perché non basta una personalità, sia pure di rilievo, a modificare la potente macchina imperialistica di quella che resta, nonostante la crisi economico-finanziaria, la maggiore potenza mondiale. Può succedere che settori fascisti, rimasti orfani dei loro vecchi padrini, accentuino una loro identità “antiamericana” (ed “antiebraica”). Ciò non ha niente a che vedere con la lotta dei comunisti, che è antimperialista e antisionista, ma che non si rivolge mai contro il popolo americano nel suo insieme o contro gli appartenenti alla religione ebraica in quanto tali. Infine, ciò non può e non deve infirmare il nostro appoggio alla causa palestinese, anche quando alla testa della resistenza di quel popolo si trovano forze integraliste come Hamas o Hezbollah. Le stesse preghiere collettive, con cui i manifestanti arabi e palestinesi concludono nelle nostre città i cortei di protesta contro la bestiale politica di sterminio attuata dallo Stato di Israele, va interpretata per quello che è: come un’orgogliosa affermazione di identità, ma anche come un segno di disperazione e, nello stesso tempo, di speranza, del quale occorre avere il massimo rispetto.

Enea Bontempi

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