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Neet, emigrati, precari: nomi diversi, stessi problemi

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Neet, emigrati, precari: nomi diversi, stessi problemi
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28 dicembre 2017

Gentile Direttore,

ho letto con grande interesse l’editoriale della scorsa settimana “239.000 sberle”. Ha il merito di porre l’attenzione su un tema fondamentale: la condizione dei giovani.

Purtroppo la situazione è ancora più grave di quella che i dati sui NEET mettono in luce. Infatti accanto a chi non studia e non lavora bisogna considerare chi decide di abbandonare il paese. Io ho da poco passato i 30 anni e sono certo che tutti i miei coetanei conoscano personalmente qualcuno che se ne è andato all’estero.

Anche qui i numeri sono impietosi. Se ne sono andate dall’Italia negli ultimi 10 anni oltre 1,5 milioni di persone. Nel solo 2016 sono state 157.000.
E i numeri in Lombardia non sono migliori: nel 2016 sono emigrati oltre 31.571 lombardi, nel 2007 erano stati 8946. Più che triplicati in 10 anni. Quegli stessi dieci anni che hanno visto la mia generazione uscire dalle superiori, magari terminare l’università e trovarsi senza una prospettiva. Al palo.
Una generazione che vive grazie ai risparmi dei propri genitori, che rimanda l’indipendenza economica e familiare, che di fronte a prospettive pensionistiche da incubo se la cava con un: “tanto non ce l’avremo mai”.

Come è potuto succedere?

Si è detto di tutto: bamboccioni, choosy, che non giocano abbastanza a calcetto, addirittura che non rispondono agli annunci di lavoro. La realtà è ben diversa e noi la conosciamo sulla nostra pelle.

In questi anni il lavoro è stato svalutato in tutte le sue forme. Si è fatto merce e non più progetto di vita. Una selva di contratti che in nome della flessibilità hanno sdoganato lo sfruttamento. E anche quando il lavoro c’è le retribuzioni sono ferme e le possibilità di fare carriera sono ridotte al lumicino.

Di fronte a questa emergenza si è sempre data una risposta sola: le vostre competenze non sono adatte, dovete fare qualcosa in più. Un problema collettivo – il sistema economico che non assicura la possibilità del pieno sviluppo della persona umana – derubricato a questione individuale.

Eppure le soluzioni ci sono: progressività fiscale, politiche per la casa per gli under 30, tassare le multinazionali, disboscamento dei contratti a termine e tutela reale dai licenziamenti, lotta all’evasione fiscale, basta bonus che costano molto ma non migliorano la condizione di nessuno, reddito minimo garantito, tassa di successione come in tutti gli altri paesi europei.

Niente di irrealizzabile, alcune di queste proposte –come la progressività fiscale che diminuisce le aliquote sui redditi bassi e le aumenta su quelli alti- sono a parità di gettito, per tutte le altre ci sono le coperture corrispondenti.

Ciò che cambia è chi paga: ora a pagare sono quelli che hanno di meno; per dare un futuro ai giovani bisogna chiedere a chi in questi anni ha avuto di più.

Fino ad ora però si è fatto il contrario, ad ogni livello nazionale e regionale.

E’ per questo che ho aderito a Liberi e Uguali. Per riprenderci il futuro che scelte ingiuste e miopi ci hanno scippato.

Con l’augurio di un 2018 migliore,
Giorgio Maran

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