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Nel ventre del mostro

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24 agosto 2011

Esiste un nesso fra la sporca guerra della Nato contro la Libia, il tentativo di destabilizzare la Siria, l’offensiva vincente dei ‘talebani’ in Afghanistan, il sanguinoso e “dimenticato” conflitto che continua a dilaniare l’Iraq, la definitiva ‘balcanizzazione’ della Somalia (che prefigura molto probabilmente il destino della Libia dopo Gheddafi), le rivolte popolari in corso sia nel Bahrein sia nel Qatar, il riaccendersi del conflitto tra Hamas e Israele nella Striscia di Gaza, la strage di Utoya in Norvegia e l’andamento delle Borse nel quadro della crisi economico-finanziaria mondiale?
Certo, fra questi eventi esiste un preciso rapporto temporale di successione o di concomitanza (quale che sia stato il loro inizio, hanno raggiunto l’acme durante questa estate), così come esiste un preciso rapporto di connessione spaziale (a parte quello norvegese, tutti gli altri eventi si collocano nell’area, sempre più nevralgica per le relazioni internazionali, dove si trovano materie prime di importanza strategica per lo sviluppo tecnologico e industriale dell’Occidente, come petrolio, gas naturali, minerali e diverse specie di metalli pregiati), ma esiste soprattutto un preciso rapporto causale, che li stringe l’uno all’altro in una catena di ferro e di sangue che ha il nome di imperialismo. E l’imperialismo porta con sé la guerra come la nuvola la tempesta, secondo l’efficace metafora di un prestigioso dirigente socialista francese, Jean Jaurès, che fu assassinato alla vigilia della prima guerra mondiale proprio per la sua coerente opposizione al militarismo, cioè ad uno dei malefici rampolli generati da questo mostro. Un mostro che si potrebbe definire trifauce, in quanto materiato di sfruttamento, guerra e oppressione coloniale.
Orbene, il fatto che l’epicentro delle contraddizioni generate da questo sistema mondiale sia oggi situato in Africa non è casuale, ma dipende dal crescente antagonismo fra i paesi imperialisti, in particolare tra gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna (esattamente come durante la crisi di Suez del 1956), impegnati, per un verso, a sfruttare ricchezze naturali e manodopera presenti in questo continente e, per un altro verso, a prevenire, controllare e reprimere (non solo il risveglio del fondamentalismo islamico, con il quale, secondo le convenienze tattiche, è sempre possibile stabilire alleanze più o meno strette, come dimostra oggi l’appoggio ai ribelli di Bengasi e trent’anni fa l’appoggio ai ‘talebani’ usati come lancia spezzata contro il governo laico, progressista e filosovietico di Najibullah in Afghanistan, ma anche) la rinascita del panafricanismo e il sostegno economico e politico che la Cina fornisce a questo fondamentale processo. Le armi, di cui si serve il neocolonialismo per fronteggiare le lotte di liberazione nazionale e perpetuare il dominio dei monopoli occidentali attraverso l’appoggio alle borghesie compradore che mediano l’espropriazione delle risorse di questi paesi, sono la strumentalizzazione dei conflitti intertribali e l’armamento di gruppi armati in funzione repressiva e antipopolare, senza eccettuare l’assassinio (si pensi al dirigente nazionalista congolese Lumumba, fatto trucidare nel 1961 dall’allora colonnello Mobutu che poco dopo avrebbe rovesciato Kasavubu, prendendo il potere nel Congo e cambiandone il nome in Zaire) e il genocidio (si pensi a quello contro un milione di tutsi, che nel 1994 in Ruanda compì la minoranza hutu, appoggiata dalla Francia, allo scopo di fermare il Fronte patriottico del Ruanda, formato da etnia tutsi e nazionalisti hutu).
È allora doveroso precisare che i ‘mass media’ occidentali, sia allora che oggi, hanno coperto con il silenzio, con la mistificazione e, quando necessario, con la falsificazione le colpe dei paesi che si dicono civili e che usano l’espressione di Terzo Mondo come sinonimo di arretratezza e di barbarie; parimenti, associazioni quali ‘Medici senza frontiere’, ‘Nigrizia’ dei missionari comboniani e tante altre, sostanzialmente al servizio degli imperialisti, quando non sono rimaste silenti e complici di fronte alle guerre di aggressione (come nel caso della guerra contro la Libia), si sono limitate a versare lacrime di coccodrillo su tali fatti, occultando sotto la maschera umanitaria le spregevoli azioni del colonialismo vecchio e nuovo (queste, sì, veramente barbare per le modalità tattiche, per i loro fini strategici e per l’impiego di una tecnologia militare tanto sofisticata quanto distruttiva).
In realtà, quella che l’imperialismo conduce è una guerra quotidiana contro due miliardi di uomini per garantire il benessere a 500.000 uomini (per i popoli dell’Occidente capitalista si tratta di un relativo e ormai decrescente benessere, ma non di libertà, poiché, come insegna Lenin, un popolo che ne opprime un altro non è un popolo libero). La crisi economica mondiale non lascia alternative all’imperialismo, per cui vale, sia verso i paesi e i popoli dominati sia fra le sue diverse e concorrenti sezioni, la regola ‘mors tua, vita mea’. Gli inviti alla moderazione, che vengono rivolti dai governi occidentali alla bande dei mercenari di Bengasi impegnate a completare con i loro eccidi l’azione distruttiva e sterminatrice posta in atto per cinque mesi dai bombardieri della Nato contro la popolazione di Tripoli e delle altre città della Sirte, sono soltanto una manifestazione di cinismo e di ipocrisia, perché è ormai assodato che l’imperialismo non vuole fare se non quello che può fare. Così, la circostanza per cui despoti medievali (come quelli sauditi) od oppressori superarmati (come quelli israeliani) sono considerati ‘amici’ senza riserve dall’Occidente non è il frutto di una scelta, ma è la conseguenza della necessità, in cui esso si trova, di garantirsi la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e il controllo delle vie di comunicazione lungo le quali transitano le materie prime.
L’attuale situazione africana e mediorientale comprova in modo impressionante le conseguenze rovinose del capitalismo selvaggio, cioè della dittatura dell’economia del profitto e della rendita, che costringe i paesi imperialisti, in base ad una logica delle cose e dei fatti che è assai più potente delle intenzioni e delle dottrine, così come delle false giustificazioni ‘umanitarie’, a porsi solo obiettivi economici, senza considerare gli aspetti politici e sociali (= fine del capitalismo dal volto umano). Ma se è vero che la globalizzazione, prima ancora di essere un progetto, è una necessità vitale imposta dal mercato capitalistico mondiale, è anche vero che essa si converte per esso in una necessità mortale, perché “il capitale non lavora più da solo alla sua dissoluzione; ha fatto in modo che al suo abbattimento collabori il mondo intero” (Marx).

Enea Bontempi

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