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New York, Italia. Quale conflitto?

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18 aprile 2009

Egregio Direttore,

la disturbo perché, dalla lettura quotidiana della rubrica delle lettere al Suo giornale, ho tratto anche oggi un’informazione interessante, per la quale devo ringraziare in particolare il signor Gelosia, uno dei suoi corrispondenti più assidui.

Ho trovato molto edificante e spiritoso il paragone tra il piccolo villaggio del nord america, come lui definisce scherzosamente New York, e il nostro Grande Paese ma, soprattutto, fra i due rispettivi conflitti di interesse.

Ora, come sempre, le lettere di Gelosia sono molto argute, spesso però sono purtroppo altrettanto imbottite di quelle che, se non fossi ancorato al"politicamente corretto", non chiamerei semplicemente "notizie confuse e inesatte".

Non so se Gelosia "semplifichi" i fatti in modo deliberato o sia vittima dell’informazione Raiset(sospetto del resto che ciascuna delle due eventualità darebbe qualche argomento a chi si lamenta della libertà di informazione in Italia), comunque voglio seguirlo nel suo paragone con gli USA.

Deve sapere infatti, Gelosia, che negli Stati Uniti vige una legge che obbliga gli imprenditori a conferire i loro titoli, attività, partecipazioni azionarie a un Blnid Trust, al momento della candidatura.

Il Blind Trust è, di solito, garantito da un agenzia certificata, che assume precisi impegni nel tenere segrete le proprie attività al candidato fino alla fine della sua campagna elettorale o, se eletto, del suo mandato.

A tal fine i candidati sono obbligati a depositare, presso gli uffici competenti, pubbliche dichiarazioni di tutti i propri interessi personali e finanziari, al momento di iniziare la campagna elettorale (anche se la dovessero iniziare 4 anni prima delle elezioni).

Mentire in queste dichiarazioni da luogo a conseguenze penali che possono comprendere anche il diveto di candidatura o la revoca dell’incarico ottenuto, dopo l’elezione.

Non solo: a ciascun candidato è vietato usare il proprio danaro per le campagne elettorali! il signor Bloomberg può "donare" alla propria campagna elettorale un massimo di 3600 dollari ( o giù di lì) per ogni ciclo elettorale, cioè per ogni campagna.

Ai candidati è fatto divieto di raccogliere fondi prima di avere pubblicamente annunciato la propria candidatura.

Ogni donazione di oltre 10 dollari deve essere comunicata, entro 30 giorni, al ministero del tesoro per le campagne federali, all’organo locale competetente per quelle locali.

Ogni candidato deve formare un comitato, a sua volta indipendente, cioè gestito da un rappresentante legale del candidato, che raccolga il danaro della campagna e ne impedisca l’accesso diretto al candidato per scopi diversi da quelli della campagna elettorale.

Si figuri, Gelosia, che recentemente una deputata democratica di una piccola landa desertica del nord america, la California, è stata posta sotto inchiesta federale per un reato gravissimo: nel 1980 aveva "prestato" 200.000 dollari alla sua prima campagna elettorale, non se li era mai fatta restituire, e pare abbia addirittura, in quasi 30 anni, intascato oltre 20.000 dollari di interessi!!! si immagina se in questo paese avessimo una legge simile?

Certo la legge sul finanziamento delle campagne elettorali è stata scritta da due noti comunisti: John McCain e Russ Feingold (almeno il primo dovrebbe esserle noto).

Detto che la legge degli USA impedisce al Sindaco Bloomberg di usare i suoi miliardi per prevalere sui suoi concorrenti (di fatto, tra l’altro, nello stato di New York, attualmente ci sono ben cinque politici che hanno disposizione molto più danaro di Bloomberg per le campagne elettorali: Schumer, Gilliband, Cuomo Jr., Clinton e il governatore Peterson), veniamo al vantaggio sui media:

Bloomberg Tv è un canale finanziario, sito in una città che ha decine di canali TV, il suo "share" raramente supera l’1%, il canale ha sì decine di milioni di spettatori ma a livello internazionale ( si fuguri che, a volte, lo guardo persino io a Cantello).

Negli Stati Uniti nessuno può possedere stazioni emittenti in più di un certo numero di "mercati"., cioè di aree omogenee, che a volte corrispondono a città, altre volte a parti di Stati, o a raggruppamenti di Stati poco popolati.

Nessuno dei 4 principali Network americani trasmette quindi in più di 12 dei 50 Stati dell’Unione, negli altri si appoggia su emittenti locali, di proprietà diversa, che però ritrasmettono solo alcuni programmi (per esempio i notiziari), in pratica un cittadino dell’Arizona che volesse seguire il popolare "60 minutes" della CBS dovrebbe  sperare che la sua TV locale lo acquisti o cercarlo sul satellite, via cavo o via web (pagandolo), proprio come se vivevesse in Italia.

Le sembrano, caro Gelosia, differenze da poco?
allora diciamo che le faccio una proposta: perchè io e lei non taduciamo le normative degli Stati Uniti in italiano e ci facciamo primi firmatari di una legge di iniziativa popolare per importarle, tali quali sono, qui da noi?

io credo che 50.000 firme si potrebbero trovare, in fondo cosa rischiamo?
io pochissimo, al massimo di essere ignorato dal parlamento italiano (sono cittadino di questo Paese dalla nascita, quindi ci sono abituato); lei, lo ammetto, rischia di più, per esempio di sentirsi dare del "Komunista" dai compagni di partito del suo amato premier, se è disposto a correre il rischio però l’esperimento sarebbe interessante.

Cordialmente,
Mauro Sabbadini

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