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Non siamo più tutti americani

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11 settembre 2011

Dieci anni dopo. Il tempo che separa, nel mio caso, una giovinezza dalla sua fine.
Si può dire tutto e il contrario di tutto di quanto è accduto nel mondo dal 2001, siamo in democrazia e le opinioni sono libere. I fatti, quelli restano, peccato che li conosciamo in modo sempre parziale, e siamo ormai talmente abituati a pensare in termini di depistaggi, complotti e distorsioni da non credere più a niente di quanto ci riferiscono i media e da sospettare di tutto e di tutti.
Gli attentati dell’11 settembre furono uno shock orrendo anche per me. Mi trovavo a lezione presso uno dei corsi di riqualificazione pagati tramite il Fondo Sociale Europeo in quel perodo (studiavo, pensate un po’, da tecnico di rete). Avevamo allora, in quella sede in zona stazione a Busto, una diavoleria rara e preziosa: l’ADSL. All’inizio non credemmo a quello che vedevamo su Repubblica.it. "Degli hacker hanno attaccato il quotidiano" fu il primo pensiero mio e di chi mi sedeva accanto, tanto pareva impossibile. Poi capimmo, e fu il panico per l’enormità di quanto accadeva. I simboli del turbocapitalismo sotto attacco: colpito perfino il Pentagono! Corremmo tutti a casa. Il mio primo pensiero fu di fare un pieno alla macchina prima che si cogliesse l’occasione di far schizzare i prezzi della benzina alle stelle. Il secondo, di chiamare un’amica a Milano e dirle di non prendere il metrò, che non si sapeva mai…

Fummo tutti americani per uno o due giorni.
Poi cominciammo a porci delle domande.
I soliti perchè, percome, "cui prodest" eccetera.
Intanto il trionfante partito "bushista" trovava la sua legittimazione nella guerra permanente di risposta agli attentati: una festa per il complesso militare-industriale più potente del pianeta, che pure nei vent’anni precedenti non si era perso un party, soprattutto quelli a cui si era autoinvitato.
Afghanistan: bombardarono e cacciarono i Talebani e non mi dispiacque, perchè li odiavo profondamente come fanatici, oscurantisti, oppressori delle donne e distruttori di opere storiche di valore inestimabile (i Buddha di Bamyan). Poi l’operazione si impanatanò in un Paese di gente fierissima, che non ha mai tollerato il dominio dello straniero, e i talebani, come un’idra dalle sette teste, dimostrarono la capacità di tenuta propria delle resistenze di popolo, ponendo quello che, se non altro, è oggi un problema politico, prima che militare.
Iraq: invasero e conquistarono il paese, aprendovi un vaso di Pandora di odi intestini, guerriglia, attentati folli e criminali, torture, sequestri e uccisioni. Fui contro. Non perchè mi piacesse Saddam Hussein, un sadico assetato di potere di cui non si sente la mancanza. Ma perchè avrebbero dovuto cacciarlo nel 1991, invece di fermarsi ad assediare il paese facendovi crepare mezzo milione di bambini per mancanza di medicinali e contaminazione da armi all’uranio spento. Invece Bush figlio e soci ripartirono da dove si era femato Bush padre, e Clinton aveva già scalpitato. Conquistare l’Iraq, cassaforte petrolifera inestimabile, era nei piani statunitensi da ben prima dell’11 settembre: da lì molti dei sospetti più o meno paranoici su quanto è accaduto, con le varie tesi "complottarde" più o meno incredibili.

La verità completa non la so, e non la saprò mai. Quello che so è ciò che è risaputo generalmente. Che Osama bin Laden, ucciso (?) con gran fanfara e altrettanta fretta di liberarsi del suo corpo qualche mese fa, era stato un ottimo alleato degli Stati Uniti da giovane (così come Saddam ai tempi della guerra Iran-Iraq), quando si trattava di cacciare l’Armata Rossa sovietica dall’Afghanistan, paese in cui il comunismo sembra ora, a posteriori, il minore dei mali. USA e getta? Certamente. Saddam fu "gettato" quando mise le grinfie sul Kuwait (non sapremo mai se di testa sua, incoraggiato, lasciato fare, eccetera); a "gettare" gli amici yankee fu invece Bin Laden, che, indignato dopo la guerra del Golfo dalla presenza stabile di "infedeli" in armi sul "sacro" suolo d’Arabia, mise insieme una rete di fanatici islamisti: Al Qaida. E da metà degli anni Novanta, tra Sudan e Afghanistan, diventò il punto di riferimento di una galassia di attentatori che cercavano di colpire il potere globale americano ovunque, dall’Africa di Nairobi ai simboli della ricchezza di New York. Lo "sceicco del terrore" era un uomo a cavallo tra due civiltà per formazione: veniva, come gran parte degli attentatori di quell’11 settembre, non dimentichiamolo, dall’Arabia Saudita, monarchia assoluta oscurantista ed estremamente repressiva, ricchissima di petrolio, che gli Stati Uniti non si sono nemmeno sognati di toccare dopo decenni di petrodollari e armi sofisticatissime. Mai una volta che la sia si sia inserita nei vari "assi del Male" da abbattere.

Sullo sfondo, il problema dei problemi mediorientali: quello palestinese, incancrenito dal fanatismo delle parti e dal sostegno acritico, ventre a terra, degli Stati Uniti a Israele, ormai del tutto priva di altri amici (Turchia ed Egitto hanno ormai esaurito la pazienza).
Ma il Medio Oriente è una realtà complessa su cui l’impatto della modernità ha messo sotto una luce cruda la ferocia secolare del potere, retto spesso, sotto facciate diplomatiche, da terrore e tortura. Le rivoluzioni di questo 2011 hanno aperto un capitolo nuovo, una sorta di 1848 arabo e levantino, che non si capisce ancora dove porterà, e si sono viste le cose più strane. Gheddafi, nemico, poi di nuovo amico, anzi no, nemicissimo dell’Occidente, spodestato dopo una guerra civile sanguinosa da un non meglio identificato gruppo di ribelli che ha evitato lo sterminio solo grazie alle "bombe intelligenti" della NATO ed è capeggiato da gente che fino a dieci anni fa pasteggiava con Bin Laden; il "faraone" Mubarak processato in barella da chi fedelmente lo ha servito fino all’altro ieri; in Siria, repressioni feroci contro un popolo in fermento. La sua "primavera" l’Iran ha porvato a farsela già un paio d’anni fa, ma invano: le sofisticate e occidentalizzate èlite urbane non rappresentano il Paese profondo che sostiene il sistema clericalfascista degli ayatollah, il cui unico merito è di tenere gli americani fuori dalla porta (per ora).

In soldoni: il decennio ha mostrato graficamente come l’interesse dell’Occidente, ossia degli Stati Uniti e dei loro via via più riluttanti alleati (o servi? Leggersi i documenti diplomatici di Wikileaks e l’insistenza, ad esempio, per spingere l’Italia a rompere legami economici fruttuosi con l’Iran e a impegnarsi militarmente di più in Afghanistan), sia sempre quello di mettere le mani sul petrolio, tramite controllo militare diretto delle massime riserve globali, quelle del Golfo Persico e dintorni, nonchè delle rotte strategiche di approvvigionamento energetico tra l’Asia centrale e tale regione. Da qui anche l’insistenza dei tentativi di abbattere l’Iran, potenza regionale non aggressiva – checché se ne dica, non ha mai iniziato una guerra – e ultimo ostacolo alla completa dominazione a stelle e strisce dell’area mediorentale.
A sostegno di tale progetto, mai dichiarato esplicitamente ma che qualunque cretino è in grado di intravedere, si è mosso un esercito di "pundits", di commentatori, che negli anni hanno avvelenato le coscienze con il loro odio settario, rivolto a parole contro i musulmani e l’Islam tutto, nei fatti contro i settori pacifisti, tolleranti e internazionalisti delle società occidentali, e contro chiunque fosse disfunzionale al progetto di un’èlite di privilegiati destinata a continuare a succhiare risorse al resto del pianeta, con l’ottima scusa di essere l’unica ad avere i mezzi e gli interessi per farlo.
Le tesi sull’"Eurabia" prossima ventura, preda di immigrati pronti a moltiplicarsi come conigli; gli insulti isterici alla Francia dei "mangiarane sempre pronti ad arrendersi" che rifiuta di prendere parte all’invasione dell’Iraq, salvo poi, con Sarkozy, mettersi a zerbino; l’avanzare sempre più rabbioso di una destra xenofoba, social-darwinista, bigotta e becera, in America (Tea Party) come in Europa, dove va dal folclore innocuo di una sagra leghista alla strage di Utoya compiuta dall’equivalente norvegese e "cristiano" di Bin Laden; questi sono i corni del dilemma di un’Occidente profondamente diviso.
Dieci anni dopo l’11 settembre, non siamo più "tutti americani". Ognuno è quel che è. Per tenere assieme la NATO, al babau comunista è stato sovrapposto, in modo spesso artificioso e isterico, quello islamista; ma se c’è un nemico vero, è interno alle nostre società. È la paura dell’altro, la paura del futuro, la paura, con la crisi gravissima dell’economia e delle finanze pubbliche, di perdere il benessere acquisito; il millenarismo di ritorno che si manifesta anche nella paura di catastrofi climatiche ed energetiche. Se c’è una lezione salutare che questo decennio dovrebbe averci dato, è quella di fermarci e riflettere sulle priorità dei nostri modelli di sviluppo e dei nostri stili di vita, un peso insostenibile che genera distorsioni enormi nei rapporti fra le grandi regioni economiche e culturali del mondo e fa impennare in tutti i Paesi "sviluppati" il disagio mentale, in una silenziosa richiesta di libertà e verità.

Stefano D'Adamo

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