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Onore a Gheddafi

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22 agosto 2011

«Per idem tempus aduersum Gallos ab ducibus nostris Q. Caepione et Cn. Manlio male pugnatum. Quo metu Italia omnis contremuerat. Illincque usque ad nostram memoriam Romani sic habuere, alia omnia virtuti suae prona esse, cum Gallis pro salute, non pro gloria certare. Sed postquam bellum in Numidia confectum et Iugurtham Romam vinctum adduci nuntiatum est, Marius consul absens factus est, et ei decreta prouincia Gallia, isque Kalendis Ianuariis magna gloria consul triumphauit. Et ea tempestate spes atque opes civitatis in illo sitae.»

Sallustio, “Bellum Jugurthinum”, CXIV, 1-3.

E così, mentre risalgono nella Borsa le quotazioni dei titoli petroliferi e il primo commento di un ministro fedifrago, quale è Frattini, riguarda, forse con qualche illusione di troppo, la prossima stipulazione di vantaggiosi contratti per le forniture energetiche e per gli appalti nel campo delle opere pubbliche e dell’edilizia con il governo fantoccio che si fa chiamare Consiglio Nazionale di Transizione, la sporca guerra della Nato sta giungendo, dopo sei mesi di continui bombardamenti a tappeto sulla Tripolitania, al suo epilogo più atroce con il bagno di sangue che si sta consumando nei quartieri della capitale tra le scatenate bande mercenarie di Bengasi e le truppe fedeli a Gheddafi. Gli uni pagati, armati, protetti dalla enorme potenza di fuoco dell’aviazione militare della Nato, nonché diretti sul campo dai consiglieri militari della stessa e, in particolare, dai consiglieri militari della Francia e della Gran Bretagna; gli altri colpiti, bruciati e sterminati dalle migliaia di missili lanciati freddamente contro bersagli umani: una battaglia impari, che le forze lealiste avrebbero sicuramente vinto se non avessero dovuto fronteggiare la ‘guerra celeste’ della Nato, la quale, andando ben oltre i confini giuridici della ‘no-fly zone’ prevista dalla risoluzione 1973 dell’Onu, ha trasformato un intervento ‘umanitario’ formalmente diretto a proteggere la popolazione e i profughi nella legittimazione di una guerra a 360 gradi diretta a terrorizzare la popolazione, liquidare, come in Iraq, uno dei pochi regimi laici e progressisti ancora esistenti nel mondo arabo-islamico, dividere ed occupare la Libia e assicurarsi, in tal modo, il controllo delle sue risorse petrolifere.
Sennonché, oltre ad essere una garanzia per la futura riscossa, come accadde negli anni Venti e Trenta del secolo scorso con la resistenza del popolo libico contro il colonialismo italiano e con il suo eroico leader, Omar al-Mukhtiar, il “leone del deserto”, costituisce oggi un titolo di onore per il popolo libico, per le sue forze armate e per la sua legittima guida, Muammar Gheddafi, aver sostenuto da soli, senza alleati militari sul campo e senza appoggi diplomatici consistenti e significativi, un conflitto prolungato e altamente distruttivo con un coraggio, con una fierezza e con una determinazione che non possono suscitare se non ammirazione e rispetto in ogni persona che abbia un minimo di intelligenza e di.”animus”.

Desidero rammentare, per esprimere tutto il mio disprezzo verso la “cultura Nato” (di cui non mancano nel nostro paese gli adepti, partendo dai massimi vertici istituzionali per giungere ad alcuni frequentatori di questa rubrica), ciò che scrivevo poco tempo fa: “…qualche giornalista di lungo corso ci ricorda nei suoi editoriali, a livello interlineare, che per fare le frittate bisogna rompere le uova e che le vacanze con l’automobile, tanto più in tempi di crisi economica, non sono possibili senza la trasformazione, in pezzi di cadaveri impastati di sangue e di sabbia, di un elevato numero di corpi umani di etnia e di lingua araba. Quei corpi che, da vivi, non sia mai detto!, avrebbero voluto magari farci pagare il doppio ogni litro della loro benzina, mettendo a repentaglio, più di quanto già non siano, le borse mondiali (ecco il vincolo sanguinoso che, come insegna Lenin, unisce indissolubilmente, sotto il tallone di ferro dell’imperialismo, la crisi economica, la guerra e la reazione). Nessuno deve stupirsi, allora, per esprimerci con un’ipotiposi adoperata da uno scrittore che conosceva e praticava il “sarcasmo appassionato”, se «l’azionista vuole portarsi a casa, incartato nel quotidiano finanziario, un suo pezzetto di arabo morto perché i figli imparino a beccare e a nutrirsi».”
Anch’io, come l’amico Antonio di Biase, rendo onore a Gheddafi in questo momento tragico per lui e per il suo popolo.

Sottolineo, inoltre, che, per dirla con Sallustio, storico romano del “Bellum Jugurthinum” (una campagna militare condotta da Roma nel Nord Africa alla fine del secondo secolo a.C.), gli unici moventi della sporca guerra contro la Libia e della sua occupazione da parte della Nato, braccio armato dell’imperialismo occidentale, sono l’“avaritia”, cioè la sete di profitto, e la “lubido imperitandi”, cioè la brama di dominio.

Ricordo, infine, le parole con cui nel gennaio del 1944 il latinista e partigiano Concetto Marchesi concludeva una “Lettera aperta al senatore Giovanni Gentile”: «Quanti oggi invitano alla concordia, invitano a una tregua che dia temporaneo riposo alla guerra dell’uomo contro l’uomo. No: è bene che la guerra continui, se è destino che sia combattuta. Rimettere la spada nel fodero, solo perché la mano è stanca e la rovina è grande, è rifocillare l’assassino. La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un’altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c’è di mezzo una notte e un’aurora». A mio giudizio, queste parole si applicano perfettamente alla situazione attuale della Libia e ai compiti che stanno di fronte al movimento di classe nella lotta inscindibile contro il capitalismo e l’imperialismo.
* In quello stesso periodo i nostri comandanti Quinto Cepione e Gneo Manlio subirono una disfatta combattendo contro i Galli. Tutta l’Italia aveva tremato di paura. Da quel tempo sino ai giorni nostri i Romani hanno sempre pensato che il resto del mondo dovesse piegarsi al loro volere: con i Galli, però, si combatteva per la salvezza, non per la gloria. Quando la guerra in Numidia ebbe termine e fu annunziato che Giugurta veniva condotto a Roma in catene, Mario, benché assente, fu eletto console e gli fu assegnata la provincia della Gallia. Il primo di gennaio, da console, celebrò solennemente il trionfo. In quel tempo le speranze e la grandezza di Roma erano riposte in lui.

Eros Barone

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