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Partigiani, Repubblichini e questioni giuridiche

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1 giugno 2011

Egregio Direttore,
 
    Ho letto sul sito del Corriere come, ancora una volta, il nostro Centrodestra (ma ha ancora senso chiamarlo così? è ormai chiaro a tutti come, anocra una volta si tratta del Fascismo travestito!) tenti di rivalutare i fascisti repubblicani, da oltre sessant’anni consegnati alla Storia come repubblichini, mettendoli sullo stesso piano dei partigiani, senza tener conto che, a differenza del Regno d’Italia (che nel periodo considerato ancora sussisteva, seppure ormai limitato al Meridione), la Repubblica Sociale Italiana non fu MAI realmete riconosciuta se non dal Terzo Reich Tedesco, dall’Impero del Sol Levante e da qualche altro staterello che, al di là di un impegno formale, non avviò MAI seriamente regolari relazioni diplomatiche, per cui è inutile sottolineare come gli stessi repubblichini indossassero regolamentari uniformi militari, mentre (con la sola eccezione di poche formazioni, perlopiù di ispirazione propriamente militare, come le Fiamme Verdi, o i badogliani, nonché – nel caso delle altre formazioni – per comandanti, commissari politici, ecc.) i partigiani vestivano perlopiù in borghese aggiungendo solo in parte capi d’abbigliamento ed accessori di derivazione propriamente militari e simbologie in parte nazionali e in parte ideologiche (di ispirazione soprattutto socialcomunista, ma non solo).
    Ebbene, parafrasando il ben noto proverbio, così come l’abito non fa il monaco l’uniforme non fa il soldato, anche perché secondo le convenzioni civili e militari internazionali allorché uno Stato o un Governo non vengono riconosciuti da perlomeno tre altri Stati o Governi belligeranti, tanto della propria parte quanto, soprattutto, di quella avversa (anche perché per combattere contro qualcuno o qualcosa bisogna comunque riconoscerne ed ammetterne l’esistenza, altrimenti tutto ciò non avrebbe senso … ), le sue stesse forze armate non hanno ragione di essere, tantopiù che la maggior parte delle stesse Forze Armate Fasciste Repubblicane (o, almeno, il loro primo nucleo, non certo le formazioni successive) erano costituite da disertori, come del resto i partigiani, ma questi rinnovarono pressoché immediatamente il proprio giuramento di fedeltà alla Patria e al popolo, pur non estendendolo (nella maggior parte dei casi) al Re o, comunque, alla Monarchia; dato, però, che il nostro Paese era ancora riconosciuto come tale, anche se Vittorio Emanuele III non veniva mai (o, comunque, non tanto spesso) citato, era come se tale giuramento si estendesse anche a lui.
    Riassumendo: pur essendo nella maggior parte dei casi decisamente antimonarchici (o, comunque, non allineati all’idea stessa di Monarchia), i pattigiani furono infine riconosciuti come parte integrante delle Regie Forze Armate, e le stesse formazioni partigiane furono considerate come naturali e legittime sostitute di quelle regolari che sino a poco tempo prima avevano controllate e presidiate grosso modo le stesse zone in cui operavano queste ultime, mentre le formazioni i repubblichini vennero invece tacciati di alto tradimento, diserzione e intesa col nemico, più un’altra miriade di reati civili, penali civili e militari, cosa che, secondo il diritto militare di guerra allora vigente e le stesse convenzioni internazionali, comportava sino a poco tempo fa la pena di morte, per cui – con grande dispiacere di Giampaolo Pansa e dei revisionisti come lui – le stragi del Triangolo della Morte e la fucilazione di Mussolini, della Petacci e dei vertici fascisti non furono, in fondo, che l’esecuzione di tali principi e convenzioni, per cui smettiamola di considerare chi in oltre vent’anni portò il nostro Paese alla catastrofe con chi, invece, si sacrificò (spesso e volentieri anche a prezzo della sua stessa vita) per il ripristino di quei valori di libertà, democrazia, progresso e giustizia sociale che i Padri Fondatori lasciarono in eredità a noi e che noi dovremmo lasciare a nostra volta in eredità ai nostri posteri!
 
Sentitamente,
dott. Enrico Emilitri

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