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Pd, i problemi vengono da lontano

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11 maggio 2013

Caro direttore,
è d’obbligo a questo punto iniziare con un sincero autodafé: una bella confessione di responsabilità in quanto sostenitore del PD dalla prima ora, anzi, da ancora prima sostenitore dell’Ulivo nel ’96 e delle prime alleanze DC-PCI … insomma del percorso che ha portato il centro sinistra dalla possibile fusione delle sue storie, alla attuale con-fusione.
Riconosco poi, come aggravante, di appartenere a quella parte del PD che, avendo vinto le primarie, ha la colpa di aver perso – o ‘non vinto’ J – le elezioni. Dunque, come da lettera n.71, dovrei sgomberare (testualmente, "scomparire").
Un invito che accetto volentieri: sempre meglio che partecipare al repley di una discussione sulla rottamazione che troverei grottesca, specie dopo la riconferma del buon vecchio Napolitano, la nascita del Governo Letta-Alfano-Miccichè e le dimissioni del vertice PD. Mi piacerebbe proprio scomparire e stare a vedere cosa succede senza disturbare, seduto dalla parte del torto dove puoi pensare quello che ti pare, che tanto non ti danno retta.
Le cose che si pensano in questi giorni sono tante, ma per venire al dunque uso le parole dell’antipatica n.1, Rosy Bindi: “Il Pd che ho in testa – e non credo di essere la sola – è un partito alternativo alla destra” e “l’idea di pacificazione con il berlusconismo è irricevibile”.
Eppure il PD governa con la destra e la ‘pacificazione’ è all’ordine del giorno. Poiché non credo che le “ 72 ore che sconvolsero il PD” siano successe per caso, vado in cerca di indizi che mi aiutino a capire, se non le ragioni, almeno le condizioni che hanno favorito la catastrofe.
Comincio da lontano, perché credo che i problemi vengano da lontano: da un lato dalle vecchie, non superate, storie di appartenenza, dall’altro dall’insufficiente autonomia dal berlusconismo.

1. Mentre tanti hanno ricordato il 1976 e l’incontro tra i due ‘nemici’ storici che erano la DC e il PCI, ma lo fanno più che altro per propagandare la ‘normalizzazione’ del caso italiano (che vedo difficile), io penso sia interessante ripensare quel periodo come il primo incontro di una parte di coloro che poi si ritroveranno a fare l’Ulivo e il PD, incontro che nelle intenzioni di allora era destinato però a essere provvisorio, finalizzato a produrre una compiuta democrazia dell’alternanza che l’Italia non aveva mai conosciuto (né nella storia repubblicana, dove erano esclusi i comunisti, né in quella monarchica dove erano esclusi i socialisti).
Dal punto di vista storico il parallelo tra allora e oggi è insostenibile, oltre che per le differenze storiche e sociali, per il ben diverso orizzonte. Il disegno di Moro, stroncato dalle Brigate rosse, e quello di Berlinguer, esaurito al prezzo del declino elettorale del PCI, avevano ben altro respiro di quello che ci prospettano oggi Berlusconi e quella parte del Pd convinto sia ora di fare la pace con il Cavaliere.
Ripensare a quel primo incontro tra culture politiche tanto distanti può essere un modo per rileggere criticamente il cammino che, successivamente, dopo la caduta del muro, ha fatto incontrare gli eredi di Berliguer e di Moro (a non solo loro, come ci dice la figura di Guglielmo Epifani e di tanti socialisti e repubblicani che ritroviamo nel PD). Un incontro nel sogno di unificare il popolo di “Novecento” e quello dell’ “Albero degli zoccoli”, in un progetto che si chiamava prima Ulivo e poi PD. Ma era un vero progetto o era solo un sogno?
Sul blog di Adamoli dedicato a Moro si sono letti ricordi interessanti degli anni ’76-‘78, ma pochi raccontano del dopo, della stagione del craxismo e di Berlusconi e delle sue TV. Eppure la nascita dell’Ulivo si fonda principalmente, oltre che sul PDS di D’Alema su quella parte della DC che proprio sul decreto pro Fininvest consumò la sua rottura con il CAF.
Allora, ancora prima di tangentopoli, nacquero le prime giunte DC-PCI. “Prove tecniche” di collaborazione, a volte belle e positive, come è capitato nel mio Comune. Esperienze che furono anche scuola di anti-settarismo e di dialogo (…ecco la causa i miei “peccati” che ho confessato all’inizio!)
Il fatto è, caro direttore, che parliamo di oltre 20 anni fa, il che vuol dire che ne passò del tempo perché quell’idea venisse accettata dai gruppi dirigenti DS e Margherita. Mi pare che questo dica tutto. Ciò che ha impedito di riconoscere la volontà unitaria degli elettori, che ha frenato e ritardato la nascita del PD spiega anche i problemi di oggi: poco ascolto della base e prevalenza dei destini personali o di gruppo su tutto il resto.

2. Altro punto da analizzare è il rapporto con il berlusconismo e una certa cultura politico-economica in voga negli anni ’80-’90. Il centro sinistra italiano ha di che riflettere non tanto sulla contrapposizione al personaggio del Cavaliere, quanto sulla propria difficoltà a proporre una visione alternativa alla ‘narrazione’ della società e dell’economia che il tycoon di Arcore ha imposto di fatto all’Itaia per quasi 20 anni, al prezzo, purtroppo, dell’immobilismo politico e istituzionale del Paese (zero riforme) e del declino economico e culturale in cui ora ci troviamo.
Che questo confronto col berlusconismo e altri temi da anni ’90 sia un problema ancora nel 2013 è paradossale. Ma che lo sia è un fatto, come si è visto alle primarie tra Renzi e Bersani nelle quali, oltre alla rottamazione, hanno tenuto banco due temi: il rapporto con il Cavaliere e una ripresa, una po’ retorica, del personaggio Tony Blair. In questo caso dimentichi che ai bei tempi Blair, uscito di scena senza molti rimpianti, era già stato l’icona del PDS di D’Alema e Veltroni, almeno fino alla guerra con Bush.
Se oggi il Governo Letta rappresenta la messa in discussione del rapporto di contrapposizione al Cavaliere così come si era configurato fin dalla sua discesa in campo, non posiamo dire che sia una novità assoluta. Il tema era stato evocato lo scorso autunno dalla campagna del Sindaco di Firenze, che intendeva proporre agli italiani, tra le altre, anche questa novità, di presentarsi come alternativa/superamento di una lunga contrapposizione sinistra-Berlusconi, a suo dire (e non solo suo) inconcludente.
Questo non significa accusare alcuno di intelligenza col nemico, ma semplicemente riconoscere che questo è uno dei temi all’odg. Del resto, proprio nei giorni prima del voto sul Quirinale, Renzi e altri democrats si erano fatti sostenitori del “governo-subito”, formula che non significava altro che “governo PDL-PD”. Il fatto che poi a questa intesa si sia arrivati nel modo che sappiamo, il peggiore per il PD, non cambia il fatto che questo esito fosse voluto e pianamente accettato da una parte importante del PD. Non avere avuto il coraggio di esplicitarlo e, soprattutto, di darne delle regioni non dico nobili, ma almeno accettabili, è un’altra delle gravi mancanze di quei giorni.
Che dire infine? Il giudizio più tenero è quello di Ezio Mauro: “un partito senza bussola non trova la rotta”. Ma una volta aggiustata la bussola, cioè un minimo di meccanismi democratici di confronto, per trovare la rotta bisogna farsi le domande giuste, sulla società che si ha in mente, sulla giustizia, sula convivenza, sui diritti, sulla cultura.
Socraticamente parlando la condizione di chi si fa domande sarebbe la condizione migliore, ma ho il sospetto che questo non sia il caso del PD.

Saluti cordiali

Roberto Caielli

Roberto Caielli

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