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Piccolo è debole (e spesso anche stupido)

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26 ottobre 2017

Non vi è dubbio che gli unici effetti che produrranno i risultati dei referendum per
l’autonomia, che si sono svolti in Veneto e in Lombardia, consisteranno
nell’indebolimento della linea politica di Salvini (fautore della ‘svolta nazionale’) e
nel rafforzamento della linea politica di Maroni e di Zaia (sostenitori del ‘federalismo dissociativo’), con il conseguente rafforzamento, all’interno del centro-destra, dell’egemonia di Berlusconi, il quale a questi referendum si è accodato in chiave puramente tattica. È chiaro, dunque, che i governatori leghisti preferiscono mantenere il loro movimento nell’orbita delle vecchie alleanze, incentrandolo sull’asse nordista ed escludendo una proiezione nazionale.
D’altra parte, è sufficiente esaminare le ragioni dei sostenitori dell’‘autonomia’ per
comprendere che si tratta di meri pretesti, il cui scopo è quello di rafforzare il potere e le clientele dei cacicchi leghisti a livello locale. Secondo la teoria ultra-liberista del ‘trickle-down’, cioè dello ‘sgocciolamento’, cara alla Lega Nord, il rimedio alle insufficienze e ai ritardi che affliggono i territori del nord-ovest e del nord-est è infatti da ricercare nell’incremento delle materie di competenza della Regione e nella disponibilità del gettito fiscale, concepite quali precondizioni e forze motrici di uno sviluppo economico che, generato e sospinto dalla Lombardia e dal Veneto, finirebbe col trainare anche il centro-sud. Ma la realtà è ben diversa, poiché la ‘devolution’, cioè il ‘federalismo dissociativo’ che ha caratterizzato il concreto ‘modus operandi’ delle Regioni in parola, ha dimostrato l’esatto contrario, con l’aumento di sprechi, abusi, inefficienze e perfino provvedimenti retrogradi (come quelli sul rinvio delle vaccinazioni, inizialmente adottati da Zaia e poi annullati grazie all’intervento del ministro della Sanità), nonché con le esorbitanti pretese avanzate dai ceti famelici della piccola borghesia e perfino del sottoproletariato mafioso su aste, appalti e committenze, ad ogni livello. È così prevalsa finora, nell’azione politico-amministrativa di tutte le Regioni (non solo della Lombardia e del Veneto, anche se in queste Regioni ciò viene non solo praticato ma addirittura teorizzato), una visione spesso gretta e particolaristica, che riflette la degenerazione economico-corporativa di un Paese che, tra svendite al capitale estero, carenza di ricerca in proprio e dipendenza tecnologica dagli altrui brevetti, privatizzazioni e delocalizzazioni, non sa più che cosa sia una politica industriale, che è quanto dire la spina dorsale di ogni politica che meriti di essere definita, per gli interessi che promuove, per la sovranità che intende garantire e per i fini che si prefigge, NAZIONALE. Sennonché, quantunque la Lombardia e il Veneto registrino, comparativamente al resto dell’Italia, un più alto tenore di vita, anche in questi territori la crisi economica, sotto la forma di un periodo di lunga stagnazione, si è fatta e si fa sentire, suscitando nella popolazione un malcontento diffuso che ha trovato il suo sbocco nell’adesione istintiva alle promesse demagogiche di futuri miglioramenti fatte balenare, con i referendum sull’‘autonomia’, dai corifei del populismo leghista e da quelli del populismo berlusconiano, piddino e pentastellato che, non senza qualche significativo dissenso, ad esso si sono accodati.

In effetti, se la Lombardia o il Veneto ottenessero dallo Stato centrale maggiore
autonomia in ordine alle materie indicate al comma 3 dell’art. 117 della  sostituzione, alle suddette Regioni sarebbero automaticamente trasferiti anche gli stessi vincoli che restringono la capacità di manovra dell’autorità centrale in ordine ai margini di spesa e di ripartizione delle risorse. La rivendicazione principale degli ‘autonomisti’, paradossalmente, non tiene conto delle limitazioni che già oggi vengono imposte dal Patto di Stabilità e Crescita che l’Unione Europea ha imposto ai paesi che ne fanno parte (e imporrebbe ai paesi che, come la Catalogna ‘indipendente’, aspirano a farne parte). Se invece ne tengono conto, allora gli ‘autonomisti’ stanno giocando all’insegna della malafede più completa. Invero le cifre parlano un linguaggio ben diverso da quello bifido ed illusorio che contraddisingue gli ‘autonomisti’. Dal punto di vista finanziario, le statistiche ci dicono che in Lombardia si concentra il 29,7 % della ricchezza finanziaria italiana, per un ammontare di 267 miliardi di euro (su quasi 900 miliardi di euro – dati 2013); nella sola Città Metropolitana di Milano circa 71.000 famiglie detengono 148 miliardi di euro. Per converso, secondo una stima prudenziale risulta che il 6,4% della popolazione lombarda vive in uno stato di pesante deprivazione materiale, mentre il 18,6% di giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora, e il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni registra un calo lento ma costante. Orbene, chi può credere che in una regione come la Lombardia, che presenta uno dei tassi più alti di sperequazione sociale del Paese, le risorse addizionali che essa otterrebbe verrebbero impiegate per il risanamento dell’edilizia scolastica fatiscente, per il miglioramento delle condizioni di lavoro e dei livelli di servizio nella sanità pubblica, per il varo di un grande piano di edilizia residenziale pubblica, per la ristrutturazione dell’apparato industriale lombardo e per la decontaminazione ambientale di una regione che è stata avvelenata da decenni di speculazioni economiche condotte a danno del suolo, dell’aria e dell’acqua? È difficile, se non impossibile, credere che il blocco corporativo del capitalismo medio-piccolo, rappresentato politicamente dalla Lega Nord,  adotterebbe programmi aventi come scopo quello di redistribuire una ricchezza la cui fonte principale è costituita dalle rendite finanziarie e immobiliari. Sembra molto più probabile, al contrario, che con questa nuova disponibilità finanziaria i governi regionali tenderebbero ad acuire ancor di più il divario socio-economico esistente, adottando politiche ispirate ai princìpi del liberismo capitalista e, nella fattispecie, ai dettami del Patto di Stabilità e Crescita.

L’insegnamento che si deve trarre da questi dati è allora che il potere, la cui base
sono i soldi, viene gestito per servire gli interessi di chi è sufficientemente organizzato e compatto per poterlo esercitare, e la cruda realtà è che oggi ad essere organizzati e compatti non sono i lavoratori ma i padroni, i quali riescono a concertarsi sia per insediare nei posti di comando delle istituzioni i loro lacchè (e la Lega Nord fornisce oggi il ceto politico che dà maggiori garanzie al potere), sia per convincere i lavoratori di essere dalla stessa parte della barricata. In conclusione, è evidente che i problemi non si risolveranno con più autonomia, la quale, lungi dal far decollare il nostro Paese, come sostengono i suoi fautori, lo decollerà mettendo in moto lo “spezzettamento” della Penisola giustamente paventato dai vescovi italiani.

L’Italia si salverà invece con un’autentica politica industriale e con un sistema formativo e di ricerca che sia adeguato al livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, perché piccolo non è bello, piccolo è debole (e spesso anche stupido). Se non si andrà in questa direzione, anche le migliori attività del nord, prive del sostegno e della protezione di un forte Stato unitario, anziché trascinare il sud, saranno progressivamente integrate, in forma vicaria e subalterna, entro i più potenti ed agguerriti apparati manifatturieri dell’Europa centrale, somigliando sempre più agli sparsi rami e alle fronde strappate che galleggiano sulla corrente impetuosa del grande fiume in piena che si chiama CONCORRENZA INTERNAZIONALE.

Eros Barone

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