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Possibili risposte a importanti quesiti

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26 aprile 2011

Egregio direttore,
 
ringrazio il signor Giovanni Dotti per le troppo cortesi parole che mi ha rivolto (cfr.
lettere n. 302 e n. 127 del mese di aprile) e mi scuso con lui per il ritardo con cui ho
preso nota dei quesiti che egli mi ha posto (soltanto ieri ho avuto modo di leggere
alcuni interventi apparsi in questa rubrica che mi erano sfuggiti in precedenza). In
particolare, nella lettera n. 127 il signor Dotti mi chiede di esprimere il mio giudizio
sulla tesi formulata da Silvano Madasi circa “uno sbaglio grave” commesso dalla
sinistra italiana riguardo al problema dell’immigrazione extracomunitaria (cfr.
lettera n. 65 sempre del mese di aprile). Orbene, rispondo che, per l’essenziale, sono
d’accordo con la tesi di Madasi e provo a indicare le ragioni che stanno alla base di
questa mia posizione.
 
Il dato da cui occorre partire è una tendenza che, nel corso degli ultimi decenni,
è diventata sempre più visibile non solo in Italia ma anche in Europa: il deflusso
politico-elettorale di vasti settori di lavoratori, soprattutto di quei lavoratori del
settore privato che non fruiscono di particolari tutele e che svolgono prevalentemente
mansioni esecutive, dai partiti della sinistra socialista e comunista verso le destre
populiste. Il fenomeno nasce, con tutta evidenza, dalla particolare sensibilità che tali
settori delle classi lavoratrici manifestano verso le rivendicazioni incentrate sulla
difesa degli interessi territoriali e nazionali. Come è stato detto dai sociologi che
hanno studiato il fenomeno in oggetto, per questi strati della classe operaia il conflitto
di classe da ‘verticale’ (contro i capitalisti) si è trasformato in ‘orizzontale’ (contro
gli immigrati, contro la Cina ecc.) e viene sostituito dal conflitto territoriale. Tuttavia,
lo spostamento delle rivendicazioni dalla classe al territorio non è né arbitrario né
irrazionale, ma corrisponde alla percezione istintiva con cui questi lavoratori colgono
gli effetti generati dall’apertura internazionale dei mercati e dalla conseguente
maggiore circolazione mondiale dei capitali, delle merci e dei lavoratori, cioè dalla
cosiddetta “globalizzazione capitalistica”. E il primo effetto è una guerra sempre più
feroce tra i lavoratori: una “guerra tra poveri” che si svolge su scala mondiale e che
spinge verso il peggioramento delle condizioni di lavoro, verso l’intensificazione
dello sfruttamento, verso la progressiva riduzione dei salari e dello Stato sociale,
creando così il presupposto della crisi economica di sovrapproduzione, cioè la
insufficiente capacità di consumo delle masse.
 
Non vi è da stupirsi se quindi, per combattere questa guerra, i lavoratori vadano
alla ricerca di risposte politiche. E bisogna ammettere che finora essi hanno trovato
risposte soltanto a destra. In seguito alla crisi, è accaduto infatti che siano state le
destre (non soltanto le destre populiste e razziste, ma anche le destre tradizionalmente
conservatrici) le forze che, oltre ad esprimere la volontà di difendere i capitali
nazionali e di rilanciare il protezionismo commerciale, hanno sempre di più posto
 
l’accento sul blocco dell’immigrazione quale valida risposta al conflitto tra i
lavoratori che viene oggettivamente alimentato dalla globalizzazione.
 
Sennonché, come dovrebbe essere noto (ma, in un periodo di oscuramento della
ragione come quello che stiamo vivendo in Italia, tutto è possibile, compresi i
contrari: dal sostegno di vasti settori della sinistra alla sporca guerra della Nato
contro la Libia alla negazione del valore dell’unità nazionale da parte delle correnti
più becere del revisionismo antirisorgimentale), una classica alternativa di sinistra al
blocco dell’immigrazione consiste nel blocco dei movimenti di capitale. Limitare
questi movimenti significa infatti impedire ai capitali di spostarsi liberamente da un
capo all’altro del mondo a caccia del massimo profitto, ossia della maggiore
possibilità di sfruttamento del lavoro, e significa quindi impedire ai capitali di
scatenare una sfrenata concorrenza tra i lavoratori a livello globale. Il problema è che
oggi si parla di continuo di blocco dell’immigrazione ma non si spende nemmeno
una parola sul blocco dei movimenti di capitale. Questa afasia è uno dei sintomi della
situazione di degrado intellettuale e politico in cui si trovano oggi le sinistre.
 
La domanda è allora la seguente: perché siamo giunti a questa afasia e a questo
degrado? E qui, sia pure scambiando in parte gli effetti con le cause ed
evocando “una sinistra italiana troppo coerente”, la cui esistenza mi sfugge a meno
che la coerenza non sia quella con le leggi del capitalismo, ha ragione Madasi: le
principali forze della sinistra europea in questi anni non hanno semplicemente
assecondato la globalizzazione capitalistica, ma sono state le principali sostenitrici
dell’apertura dei mercati. Esse hanno cercato di giustificare il loro pieno sostegno
alla globalizzazione ricorrendo alle ideologie più oppiacee, quando non alla
falsificazione pura e semplice dei fatti. Basti pensare che da parte di taluni esponenti
del socialismo europeo l’odierna internazionalizzazione dei capitali (cioè l’odierna
apertura dei mercati) è stata spacciata come una variante del vecchio
internazionalismo operaio (cioè della solidarietà internazionale su cui si basava il
movimento operaio). In tal modo è stata mistificata una realtà oggettiva che vede i
due movimenti in conflitto, poiché con l’internazionalizzazione dei capitali si
intensifica la competizione globale tra i lavoratori e l’internazionalismo operaio viene
meno, sostituito dalla “guerra tra i poveri”. Inoltre, è opportuno ricordare che la
costituzione della Prima Internazionale a Londra, nel lontano 1864, scaturì dalla
pressante necessità, che si poneva al movimento dei lavoratori, di risolvere un
problema pratico, oggi come allora di scottante attualità in ragione dello sviluppo
capitalistico e della correlativa globalizzazione dei capitali, delle merci e della forza-
lavoro: il problema, cioè, di come regolare l’immigrazione di operai francesi e
tedeschi in Inghilterra con la conseguente concorrenza e il relativo abbassamento che
essi determinavano rispetto ai salari dei lavoratori autoctoni sul mercato del lavoro
britannico.
 
Per quanto riguarda le sinistre anticapitaliste e, segnatamente, comuniste, vale
poi la pena di osservare che nel periodo di massimo sviluppo del movimento contro
 
la globalizzazione era possibile contendere l’egemonia ai partiti socialisti, tutti
dediti a celebrare le “magnifiche sorti e progressive” del liberismo. Se ben ricordo,
l’insipienza e il minimalismo di cui dettero prova le sinistre cosiddette ‘radicali’
trovarono un’espressione particolarmente folcloristica in proposte come, ad esempio,
quella di contrastare la globalizzazione creando piccole comunità di autoproduzione
e autoconsumo (oggi sono invece in auge, preso quegli stessi ambienti, le teorie
della ‘decrescita’, variante intellettuale leggermente più raffinata, ma egualmente
innocua, di quelle proposte). La verità è che i gruppi dirigenti della sinistra ‘radicale’
hanno avuto delle occasioni storiche, ma le hanno sprecate. Interrogarsi sulle ragioni
per cui ciò è accaduto e procedere alla elaborazione di un programma alternativo è
dunque un compito ineludibile, se si intende rispondere alle domande poste da Dotti e
approfondire l’analisi iniziata da Madasi.
 
Eros Barone

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