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Prima e dopo l’11 settembre 2001

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11 settembre 2011

Egregio direttore,
 
può essere interessante, dieci anni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, al fine di misurare la rispondenza dell’analisi e l’esattezza delle previsioni, riproporre le note che stesi su quell’evento il 12 settembre 2001.
 « Non vi può essere il minimo dubbio circa il carattere storico-epocale degli attacchi terroristici che hanno colpito con un’infernale violenza distruttiva (e autodistruttiva) a New York le Due Torri e a Washington il Pentagono. Vediamo le ragioni di tale giudizio, che sono molteplici anche se fra di loro strettamente connesse.
La prima ragione concerne l’ideazione stessa di un’impresa che sarebbe stata inconcepibile (se non come simulazione di un caso-limite) nel periodo della ‘guerra fredda’, mentre è diventata oggetto e materia di una progettazione terroristica nel periodo successivo all’’89 e al ’91, periodo che, con il crollo del muro di Berlino e con il dissolvimento dell’Urss, avrebbe dovuto segnare la nascita di un ‘nuovo ordine mondiale’. Perfino un anticomunista di ferro come l’ex-ambasciatore a Mosca e pubblicista, Sergio Romano, confessa oggi di provare nostalgia per l’Urss, la ‘guerra fredda’ e l’‘equilibrio del terrore’, senz’altro preferibili a questo orrendo attacco che ha seminato morte, distruzione e terrore nel cuore degli Usa. La seconda ragione va ricercata nella progettazione di tale impresa, incentrata su due obiettivi di carattere vitale per l’economia, la sicurezza e la difesa degli USA (la borsa di Wall Street e il Pentagono), obiettivi che assumono un enorme valore simbolico, giacché rappresentano il denaro e la spada dell’Impero. La terza ragione consiste nell’esecuzione, la cui impressionante efficacia non può che essere il frutto di una miscela esplosiva di tipo atomico, che fonde un odio politico-religioso di impronta barbarica e medievale (‘Dio lo vuole’) con un’efficienza tecnica di stampo ultramoderno. Ciò che ne risulta non è soltanto la distruzione del ‘nemico’, ma anche e soprattutto lo sterminio indiscriminato della popolazione (in ciò risiede il carattere terroristico, per le modalità, e insieme militare, per gli effetti, che ha contraddistinto gli attacchi dell’11 settembre scorso). Infine, è da osservare che mai gli USA, nel corso della storia, hanno subìto sìmili attacchi sul loro territorio continentale e che mai l’apparato militare e di sicurezza statunitense ha mostrato una sìmile vulnerabilità e fragilità. Quali conclusioni si possono allora trarre, e quali previsioni formulare, sulla base di queste sintetiche annotazioni? Una prima conclusione è che il celebre assioma di von Clausewitz, secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, va integrato nel modo seguente: “Il terrorismo è la continuazione della guerra con altri mezzi”. Una seconda conclusione è che la globalizzazione, in virtù della sua natura organicamente transfrontaliera, crea, tra l’altro, un terreno fertile per l’organizzazione e la realizzazione di atti di terrorismo ad altissimo potenziale distruttivo. Quanto alle previsioni mi limito ad abbozzarne tre: i) lungi dall’essersi storicamente esaurita, la funzione strategica degli Stati nazionali sarà fortemente rafforzata dagli eventi di cui si è discorso, giacché è semplicemente impensabile affrontare questo tipo di conflitti politico-militari senza una pianificazione centrale delle risorse e degl’interventi (ma ciò, dando luogo a contrasti economici, politici e militari sempre più aspri, acutizzerà la tendenza verso una guerra mondiale); ii) l’ecatombe di New York e di Washington dimostra inequivocabilmente che, se l’epicentro delle contraddizioni è situato nel Medio (ma per noi Vicino) Oriente, cioè nella periferia del mondo imperialista, il centro di quest’ultimo è però attaccabile quanto la periferia (donde la necessità e, insieme, l’impossibilità di una politica isolazionistica da parte degli USA); iii) la spirale innescata da questi atti di guerra e dalle conseguenti rappresaglie conoscerà ulteriori avvitamenti e condurrà, quindi, a una progressiva stretta autoritaria in tutti i Paesi occidentali, poiché è molto probabile che i gruppi dirigenti di tali Paesi giocheranno la carta della ‘mobilitazione totale’ contro il terrorismo islamico per prevenire, controllare e reprimere i crescenti conflitti sociali al loro interno.
 
 
 
 
Eros Barone

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