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Quella clausola sul “Made in” che mi fa perdere il tricolore

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8 maggio 2013

Egregio direttore
la disturbo per un problema che sta investendo le aziende produttrici di abbigliamento e che esportano in Svizzera. Da alcune settimane, per salvaguardare il manufatto italiano, si sono intensificati i controlli doganali.
La cosa poteva farmi solo piacere. Da quarant’anni la mia azienda produce solo ed esclusivamente nel laboratorio di Besozzo.
I nostri prodotti, in ambito sportivo, sono apprezzati in tutta Europa e il nostro vanto è sempre stato quello di dare ai clienti la certezza che quanto consegnato è stato pensato, tagliato, cucito, stampato, ricamato, insacchettato a Besozzo, provincia di Varese, Italia.
Il nostro personale (attualmente 20 addetti) è qualificato e raggiunge una buona capacità produttiva dopo anni di tirocinio. Vorrei sottolineare che negli ultimi 15 mesi abbiamo assunto tre persone, senza licenziamenti o pensionamenti.
Acquistiamo le materie prime in Italia, dando in questo modo lavoro ad aziende italiane.
Naturalmente i nostri prodotti sono orgogliosamente etichettati "made in Italy".

Tutto questo andava bene fino a marzo. Poi qualche cosa è cambiato. Bene se produci in Italia. Bene se comperi i tessuti in Italia. Ma se il filato è di provenienza estera, non puoi etichettare "made in Italy".
Ma come, e la professionalità mia e dei miei collaboratori, dove la mettiamo?
Per convalidare l’etichettatura "made in Italy" anche il filato deve essere prodotto in Italia. E se la materia prima con la quale si produce il filato è di provenienza straniera?
E per la lana, anche le pecore devono essere italiane? I magazzini degli spedizionieri di Gaggiolo e Ponte Tresa straripano di merci sequestrate, perchè non conformi. Mi sta bene se si vuole spacciare per italiano un prodotto cinese, anche se realizzato in Italia nei laboratoro clandestini, ma per chi alla luce del sole produce e dà lavoro, non mi sembra debba essere penalizzato in questo modo.
Le associazioni di categoria per il momento tacciono. Forse a loro interessa il "made il Italy" virtuale, quello dei congressi, delle tavole rotonde e dei viaggi studio, dimenticando che si produce ancora con le mani.
La ringrazio per l’ospitalità concessami e spero che qualcuno raccolga questo appello, cercando di dare indicazioni chiare e semplici, senza creare disagi a chi con orgoglio produce italiano da quarant’anni.

Leonardo Binda

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