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Radici e confini

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23 novembre 2008

Egregio direttore,

che cos’è la vita e che cos’è la morte? Porre queste domande come se noi fossimo de-gli enti assolutamente naturali non ha senso, poiché, secondo quanto ci dicono gli antro-pologi, l’uomo è in realtà un animale culturale, che si è ‘autoallevato’, e questa è la dif-ferenza oggettiva rispetto ad altre specie animali, che sono invece allevate dagli uomini. Porsi, dunque, tali domande con l’ottica di un ente naturale significa porsi in una situa-zione che è già falsa in partenza. Non vi è alcuna possibile risposta naturale, perché gli esseri umani sono inevitabilmente acculturati.

Se questa premessa è vera, proviamo allora a domandarci quale sia la migliore defini-zione della nascita e della morte, ossia dei confini del nostro esistere. Io ritengo, ancora una volta, che sia quella suggerita dall’antropologia con il concetto di ‘riti di passaggio’, proposto da Van Gennep quasi un secolo fa e pienamente valido ancor oggi. In altri ter-mini, l’atto con cui un determinato gruppo sociale decide che si passa dal non essere nati all’esistenza o, viceversa, dall’esistenza al ‘dopo-vita’ o al ‘dopo-morte’, questo atto è un fenomeno sociale, storicamente e geograficamente determinato. Donde consegue che ogni cultura stabilisce dei rituali e delle pratiche per decidere quali siano i confini della vita. Basti pensare alla consuetudine europea, che ora si sta perdendo, in forza della qua-le un tempo si stabiliva che il nipote portasse il nome del nonno, come se quest’ultimo, in qualche modo e sia pure saltando una generazione, si reincarnasse in lui: pratica, que-sta, che è, in effetti, l’ultimo residuo di una credenza tradizionale, per cui si ritiene che l’individuo esista molto prima della nascita personale.

La novità oggi consiste nel fatto che questi rituali sono stati sostanzialmente affidati ai medici: la ‘medicalizzazione’ è il fenomeno nuovo, che rientra nelle procedure di razio-nalizzazione dell’esistenza sociale, laddove tali procedure prescindono dalle credenze re-ligiose di qualsiasi tipo. La ‘medicalizzazione’ ha, per altro, modificato la stessa perce-zione del suicidio, che si può considerare un caso molto serio di eutanasia. In tal senso, la ‘medicalizzazione’ interviene operando attraverso la mediazione della psichiatria e la conseguente indagine sulla salute mentale dell’individuo, con cui si prendono determina-ti provvedimenti per prevenire un eventuale atto suicidario. È difficile, anche qui, non vedere la differenza rispetto alle concezioni del passato, quando le pratiche suicidarie e-rano considerate come una delle più alte espressioni della nobiltà e della dignità dell’uomo. E la memoria corre ai versi stupendi con cui Dante celebra nel primo canto del “Purgatorio” il suicidio di Catone l’Uticense: “Libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta”. Ma un discorso non dissìmile vale anche, a mio giudizio, per la pratica dell’eutanasia medica, come ha dimostrato la vicenda di Piergiorgio Welby e come dimostra la vicenda di Eluana Englaro.

Sennonché quali sono le forme attraverso cui procede, in concreto, la medicalizzazio-ne? Essa procede per una via eminentemente statistica, che è sicuramente ragionevole, ma è anche funzionale al sistema economico. Basti pensare ai costi delle polizze di assi-curazione sulla vita: se si deve decidere quando diventa pericolosa la pressione arteriosa, vi sono delle tavole statistiche che vengono costantemente aggiornate, perché vi è un’economia delle assicurazioni, che bilancia questi processi su una base statistica e de-termina i costi delle polizze in relazione al grado della pressione arteriosa degli assicura-ti: un classico esempio di medicina di classe, ossia di organizzazione della medicina in funzione del profitto.

In definitiva, esistono le più diverse concezioni intorno al significato ideologico e alle implicazioni naturali del nascere e del morire: le visioni del mondo sono molteplici e si combattono tra di loro. In questo momento, se si guarda alla congiuntura ideologico-culturale italiana, non può sfuggire che vi è un aspro conflitto, connesso alla lotta della Chiesa cattolica, portata innanzi con molto vigore dall’attuale papa, contro il relativismo in nome di una verità che pretende di essere, nello stesso tempo, rivelata e razionale (na-turalmente, questa è la manifestazione di un conflitto tra religione e laicità, che è tipico della nostra cultura, ma il conflitto è presente anche in altre culture, come quella islami-ca).

All’interno di una struttura capitalistica, divenuta planetaria per effetto della globaliz-zazione, domina poi una visione mitologica della libertà dell’individuo, che presiede a tutta una serie di pratiche giuridiche, la più importante delle quali è la patente di esisten-za attribuita con quel ‘rito di passaggio’ che è il battesimo, che sancisce il conferimento del nome con cui l’individuo entra formalmente nell’esistenza giuridica e sociale: un ‘ri-to di passaggio’ amministrato per secoli dai parroci, che solo con la rivoluzione francese lo Stato moderno è giunto ad avocare a sé (vale forse la pena di osservare che anche la scelta dello ‘sbattezzo’, se merita apprezzamento come atto di opposizione e di rottura verso la gestione religiosa di quella pratica, presuppone anch’essa, sia pure con diverso segno, una visione mitologica della libertà dell’individuo).

Un aneddoto personale può offrire, in conclusione, un’ulteriore riprova del discorso sulla relatività delle culture e delle credenze e, quindi, un efficace antidoto contro l’enfasi fondamentalistica con cui si vorrebbe, da più parti, agganciare i confini della vita a primati originari e identità arcaiche. Un giorno, avendo chiesto a un immigrato nero di origine africana se fosse un cristiano o un musulmano, questi mi rispose in un modo ve-ramente stupendo: «Io sono un animista». Il mondo è molto più grande e più vario di quello che pensano i coribanti delle ‘piccole patrie’ e, nello stesso tempo, non è mai stato così integrato come ai nostri giorni, in cui si assiste al compiersi della fase estrema della globalizzazione nella forma americana.

Eros Barone

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