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Razzismo, sfruttamento e ‘falsa coscienza’

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14 gennaio 2009

Egregio direttore,
mi riferisco alla lettera di Roberta intitolata “Alcune riflessioni sugli stranieri” del 13 gennaio scorso, perché esprime in forma paradigmatica un modo di ragionare, caratterizzato dal soggettivismo più arbitrario, che, pur essendo assai diffuso a causa della permanente pressione ideologica esercitata dal potere capitalistico e del conseguente effetto di accecamento che questa pressione genera nel momento in cui diviene ‘senso comune’, non cessa di essere falso.
Sforzandosi di confutare la tesi sostenuta da Tonino sulla recrudescenza della xenofobia, della mixofobia e del razzismo e sulle responsabilità della Lega Nord in ordine al radicamento e alla diffusione di atteggiamenti e, quel che è peggio, di comportamenti e di provvedimenti riconducibili a tali fenomeni, l’autrice della lettera, adducendo la sua testimonianza personale, scrive: “Per anni ho trascorso mesi nel bresciano e non ho mai visto tanti stranieri che aspettavano l’autobus per recarsi sul posto di lavoro… Davvero molte erano le famiglie di stranieri che passeggiavano tranquillamente per la città che infatti risultava avere un ottimo livello di integrazione”; quindi, completando questo quadretto idilliaco, aggiunge: “Credo che la situazione non sia molto cambiata e poiché penso che la maggior parte dei datori di lavoro non siano nè aguzzini nè schiavisti a giudicare dalle facce serene che incontravo suppongo che la maggior parte della mano d’opera straniera fosse soddisfatta del trattamento ricevuto”.
Orbene, se la signora avesse semplicemente indicato in questa sua esperienza personale la base soggettiva delle sue riflessioni non vi sarebbe nulla di scorretto, in quanto si tratterebbe di esperienze del tutto particolari, contingenti e private, delle quali ella ci ha voluto mettere al corrente, come accade con frequenza in questa rubrica. Quando però pretende di attribuire loro un valore generale e di farne il punto di appoggio di un ragionamento vòlto a confutare le osservazioni e le argomentazioni di Tonino, la signora compie un passo falso che dal comprensibile la porta a cadere nell’inaccettabile, e la sua controtesi ne risulta del tutto vanificata.
Ma vi è un secondo punto che merita di essere chiarito, poiché costituisce un altro degli ‘idola fori’ (errori di conoscenza e di valutazione determinati dallo scambio sociale) che circolano nel dibattito pubblico. Solo chi non è capace di distinguere fra il quadro socioeconomico di un sistema schiavistico e il quadro socioeconomico di un sistema capitalistico può credere che, per poter parlare legittimamente dei fenomeni testé menzionati, sia necessario assistere, in versione padana, a sfilate di incappucciati del Ku Klux Klan e a linciaggi di operai immigrati ribelli o trasgressivi. In realtà, episodi del genere si sono verificati, si stanno moltiplicando (anche nel nostro territorio), ma sono, per ora, l’eccezione e non la regola. A questo proposito, per comprendere le coordinate secondo cui procede nel Nord la costruzione di un regime di apartheid giova rinviare ad una lettera di Italicus, pubblicata in questa rubrica il 24 novembre scorso, che, dando conto di un’inchiesta condotta dal giornalista dell’“Unità” Toni Fontana, fornisce un quadro attendibile del regime di segregazione che sta nascendo nel Nord-Est e, più in generale, nel Nord. Da questo punto di vista, anche se nel quadro di un regime capitalistico, di norma, a causa della “silenziosa coazione dei rapporti economici” (Marx) l’integrazione sociale tende a coincidere con lo sfruttamento economico, occorre ricordare che, come ci insegnano l’esperienza storica e l’analisi della società attuale, sono esistite ed esistono molteplici forme di intreccio fra capitalismo e schiavismo (si va dal ‘commercio triangolare’ dell’età moderna e dall’intreccio fra i due sistemi di produzione negli Usa del XIX secolo, sfociato in una sanguinosa guerra civile, sino al regime di apartheid del Sud-Africa nel XX secolo, per finire con il caporalato e il lavoro nero ampiamente presenti nei paesi capitalisti come il nostro).
Dunque, che “la maggior parte dei datori di lavoro non siano né aguzzini né schiavisti” è, alla luce della teoria marxista, un semplice truismo, perché, come sa chiunque abbia dedicato un minimo di attenzione all’analisi condotta da Marx nel “Capitale”, lo sfruttamento della forza-lavoro in un regime capitalistico è un processo oggettivo e inintenzionale, che non dipende dal grado di malvagità o di bontà dei “datori di lavoro”, ma dallo scambio tra capitale e lavoro salariato, che avviene sul mercato e che ha, come prerequisito, l’esistenza di un principio formale di eguaglianza giuridica. In altri termini, lo scambio avviene fra due merci che si incontrano sul mercato e che sono formalmente equivalenti, anche se una di esse, la forza-lavoro, una volta che sia impiegata nel processo lavorativo, produce un valore in più, il plusvalore, che è maggiore di quello necessario alla sua riproduzione fisica, corrispondente al salario: valore in più che il capitalista, proprietario dei mezzi di produzione, realizza sotto forma di profitto quando le merci in cui esso è incorporato, passando dal settore della produzione a quello della circolazione, vengono vendute sul mercato. Ecco perché, essendo data oggettivamente sul piano strutturale la sua funzione sociale di agente dello sfruttamento, anche il capitalista più umano, più sollecito e più comprensivo verso i suoi dipendenti resta, oggettivamente, uno sfruttatore e “le facce serene” e “le passeggiate tranquille nella città”, lungi dal costituire la smentita della tesi sulla esistenza e sul nesso di funzionalità che intercorre tra il razzismo, lo sfruttamento e l’oppressione (che colpisce anche i piccoli imprenditori di origine extracomunitaria), ne rappresenta, insieme con la correlativa alienazione, la più chiara e inconfutabile conferma. A meno che, seguendo l’esempio di Roberta, non si operi come l’ideologo raffigurato da Marx ed Engels, il quale ribalta il mondo reale e poi vi si pone al centro.

Eros Barone

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