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Religione e politica

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11 novembre 2008

Egregio direttore,

rispondo a Tommaso, il quale (cfr. la sua lettera del 10 novembre scorso) mi ha cor-tesemente sollecitato ad approfondire il nesso tra religione e politica. Mi riservo, pe-raltro, di lumeggiare, in un momento successivo, anche il rapporto storico tra islàm e cristianesimo, laddove, se l’ignoranza più o meno volontaria non fosse, come sempre, il principale ostacolo da combattere, vale la pena di ricordare: 1) che il Paracleto an-nunciato dal Vangelo viene identificato dai musulmani nella figura di Nabi Isah, ossia del profeta Gesù…; 2) che, tanto per fare solo un esempio sulla folgorante espansione dell’islàm a partire dal 632 (anno della morte di Maometto), l’Africa settentrionale, dove fiorì, fra tante altre personalità, un padre della Chiesa del livello di Agostino, nel giro di tre secoli fu pressoché completamente islamizzata e tale è ancora ai nostri giorni.
Sennonché oggi il problema del rapporto fra religione e politica è tornato prepoten-temente alla ribalta. Ed è tornato alla ribalta investendo significativamente sia i verti-ci che la base del mondo contemporaneo. Per quanto riguarda i vertici, sembra essere tornata di attualità la vecchia alleanza fra il trono e l’altare, che contraddistinse l’epoca della Restaurazione. Il modello, ancora una volta, è quello incarnato dagli Stati Uniti, nazione che ha generato le esperienze dei cosiddetti ‘neocons’ o ‘teo-cons’, ispirando qualche pacchiana imitazione anche nel nostro paese (così come non solo pacchiana ma anche grottesca è stata, sempre nel nostro paese, la celebrazione della vittoria elettorale di Barak Obama, il quale con i suoi richiami al ‘Manifest De-stiny’ conferma, sia pure in chiave democratica, l’ispirazione religiosa, e religiosa in senso fondamentalistico, della politica statunitense).
La religione, in altri termini, è tornata ad essere, come ai vecchi tempi, un modo per mantenere la coesione della società. Infatti, quest’ultima, essendo una società compo-sta da individui, richiede l’istituzione del legame religioso come uno dei mezzi per tenere insieme individui che restano essenzialmente separati. Se la religione, intesa come ‘instrumentum regni’, si identifica con la politica, non meraviglia allora che, quando, come oggi, la politica è in crisi, la religione svolga una funzione vicaria nella organizzazione del consenso al potere.
Tuttavia, accanto a questa funzione politico-ideologica di stampella del potere, svolta dalla religione in quanto istituzione, esiste anche il bisogno di religione che e-sprime il mondo degli “esclusi”, il mondo di coloro che sono ai margini della civiltà contemporanea. Si tratta di una ricerca di ‘co-appartenenza’ a un sentire comune, che ha, implicitamente e potenzialmente, una valenza contestativa contro coloro che sono considerati gli “inclusi”. Da questo punto di vista, il pericolo è che la religione, oltre che ‘instrumentum regni’ (strumento del potere), diventi ‘instrumentum belli’ (stru-mento di guerra): l’equivalente per i popoli oppressi e per gli emarginati non più dell’oppio ma della cocaina, si potrebbe dire parafrasando la celebre definizione che Marx dètte della religione. D’altra parte, se è vero che, quando ci si riferisce al fon-damentalismo, lo si qualifica spesso con l’aggettivo ‘islamico’, è altrettanto vero che il fondamentalismo esiste dovunque si verifichi una commistione tra religione e poli-tica, dovunque una ‘verità assoluta’ si ponga anche come ‘potere assoluto’.
In realtà, oggi ci troviamo coinvolti e siamo quasi travolti da un processo apparen-temente inarrestabile di crescente degradazione della vita, che nasce dalle distorsioni profonde che la mentalità borghese-capitalistica ha introdotto all’interno della perso-nalità umana. Le vecchie dittature potevano essere facilmente riconosciute grazie alla centralità che assumeva in esse la figura del dittatore: una figura personale che le rendeva riconoscibili, talché tutti sapevano di vivere sotto una dittatura. La dittatura del denaro non è invece personificabile e, quindi, è molto difficile riconoscerla come tale. Accade perciò che si viva sotto la dittatura del denaro convinti di essere in una democrazia politica: questa è la condizione in cui ci troviamo oggi.
Vi è, in uno scritto del 1856, una frase di Karl Marx, spesso accusato di essere sol-tanto un materialista, che suona in questi termini: «Con la stessa velocità con cui l’umanità diviene padrona della natura, l’uomo pare assoggettarsi ad altri uomini. Tutte le nostre invenzioni e i nostri progressi sembrano risolversi nel fornire una vita spirituale alle forze materiali e nel mettere in ridicolo la vita umana riducendola a una forza materiale».
Nella storia delle classi che si sono ribellate allo sfruttamento e al dominio, per con-tro, è possibile scoprire una grande tensione spirituale, che merita di essere posta in risalto: nella figura del vecchio contadino, nella figura dell’operaio di mestiere, nella figura della madre di famiglia che porta da mangiare agli scioperanti, nella figura del militante di base che fa politica in piena gratuità (Gramsci affermava, in tal senso, la superiorità morale e spirituale, rispetto al prete cattolico, dell’operaio comunista, il quale, animato dalla consapevolezza di essere protagonista di un processo individuale e collettivo di liberazione, dopo una giornata di duro lavoro in fabbrica si recava in sezione per dedicarsi al lavoro politico), così come nel desiderio e nel bisogno di co-operare, di solidarizzare e di lottare, che tali figure hanno storicamente incarnato, vi è un contenuto profondo, in cui si esprime, per l’appunto, la tensione materiale e spiri-tuale che è intimamente connessa all’idea della libertà: quella libertà di cui si può e si deve affermare che o è lotta per la libertà o è soltanto un’altra forma di oppressione.

Eros Barone

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