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Renzi, Gramsci e i costruttori di soffitte

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13 dicembre 2013

“Elimina dal mondo l’esperienza e la saggezza di chi ha superato i cinquant’anni e non ne rimarrà abbastanza per mandarlo avanti".
Henry Ford (1863-1947).

Gentile direttore,

Matteo Renzi, nell’intervista a Ballarò, ha detto che D’Alema e Bindi non saranno candidati alle Europee perché bisognerà “mandare chi vuole stare lì, non chi deve trainare la lista. I vecchi dirigenti – ha aggiunto – ci devono dare tanti consigli, non promettiamo di seguirli”. Ho trovato questa affermazione ingenerosa, intempestiva e gratuita (anche perché nessuno dei due dirigenti in questione ha avanzato richieste in tal senso) e per giunta non aiuta certamente a svelenire i rapporti, anzi. Derubricare il ruolo dei “vecchi” dirigenti a semplici consiglieri, magari ascoltati solo se dicono le cose che fanno piacere e vanno nella stessa direzione del “capo”, non mi sembra utile politicamente.

Ribadire continuamente che si vuole azzerare la ‘vecchia classe’ senza operare una selezione critica delle competenze e delle qualità (che è bene non dimenticarlo non s’improvvisano) di questi dirigenti in nome di un “nuovismo” non ben definito, mi sembra quanto meno azzardato.

Un conto è voler eliminare le scorie del vecchio Pci e della vecchia Dc, che hanno sinora condizionato negativamente il partito, per rifondarlo su basi nuove; un altro conto è se si vogliono mortificare i dirigenti che vengono dall’ex-Pci.

Se si tratta di questo, significherebbe relegare l’esperienza e le competenze di quelli che sono venuti prima, ad un ruolo nullo o tutto al più marginale, pregiudicando l’unità e vanificando la dialettica critica e il pluralismo delle idee, che sono il sale necessario di un partito. Il Pd e l’Italia hanno bisogno della sinistra di una sinistra riformista e non ideologica. Beninteso nessuno chiede al nuovo segretario del Pd di scendere a paralizzanti compromessi, né di rimangiarsi le promesse fatte sinora di voler rinnovare radicalmente la classe dirigente. A lui si chiede: umiltà, coraggio e decisione; e dicendo questo non vogliamo negargli il diritto-dovere, come segretario, di promuovere e far avanzare decisamente una nuova classe dirigente più in sintonia con i nuovi tempi.

Però parimenti vogliamo ricordargli quanto complessi e difficili siano i rapporti tra tradizione e
innovazione e non meno difficili quelli tra le diverse generazioni. Non a caso Seneca su tutta questa problematica soleva ribadire: “Chi è venuto prima di noi ha fatto molto, ma non ha fatto tutto”.

Proprio perché le generazioni si succedono e ognuno nel bene e nel male porta nelle condizioni storiche date, chi più e chi meno, il proprio contributo di errori e successi nella soluzione dei problemi. E non a caso a tal proposito Antonio Gramsci cercava di mettere in guardia quei nuovi
dirigenti che pensavano di fare il deserto intorno a sé stessi per emergere e distinguersi, cercando
solo di sminuire la generazione precedente. Scrive Gramsci in “Passato e Presente”, nel quarto e
ultimo dei ‘Quaderni del Carcere’: “Una generazione che deprime la generazione precedente, che
non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza
fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza … Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte”. Perciò Renzi abbandoni spocchia, supponenza e delirio di onnipotenza giovanilistica, e la smetta di “agitare la clava”, perché la minoranza battuta, come ha già ha avvertito Bersani, in un’ intervista a la Repubblica: “non si farà chiudere in un recinto”; e se il nuovo segretario non tiene conto di questi ammonimenti difficilmente riuscirà a tener unito il partito e a rifondarlo su basi nuove.

Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, pur criticando e cercando di evitare gli errori della generazione precedente, proprio di fronte ad una crisi politica, economica, ed istituzionale com’è l’attuale (percorsa da divergenti e concomitanti forme di movimenti populistici e ribellistici come p.e. quello dei forconi, per intenderci, ma non solo) agitati ed alimentati dal sovversivismo dei Grillo e dei Berlusconi dovrà tendere invece a lavorare unita e “a cooperare”, come invita a fare Prodi, con la generazione che l’ha preceduta.

Quei tre milioni di elettori, moltissimi di sinistra, che si sono recati ai gazebo, vogliono che le cose cambino radicalmente nel partito e nell’attività del Governo Letta, ma si aspettano anche che il Sindaco costruisca un partito unito e risolva i problemi del Paese; e non vogliono “che chi ha vinto” – come teme Prodi – si prenda la rivincita su chi ha perso”. Ecco caro Matteo, sei diventato segretario di un partito, che attraverso errori e fallimenti è nato alcuni anni fa, pensa a quello che dice un proverbio cinese: “Quando vai a prendere l’acqua al pozzo ricordati di chi l’ha scavato”. Dici che vuoi “rivoltare il partito come un calzino”, bene auguri di cuore, ma fallo insieme agli altri e non dimenticare, proprio perché il nostro Pd è visto come una speranza dagli italiani democratici, di seguire il consiglio di un famoso adagio di Erasmo da Rotterdam: “Ora che hai in mano Sparta, abbine cura”, utilizzando, secondo il merito, tutte le energie ancora vitali ( e credimi, ve ne sono tante ed inutilizzate) per fare uscire il nostro Paese dalla palude.

Romolo Vitelli

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