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Ribellarsi

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10 gennaio 2010

Egregio direttore,

ciò che è avvenuto a Rosarno, vale a dire un altro sollevamento del proletariato immigrato dopo quello verificatosi a Castel Volturno, per contenere e reprimere il quale il governo è giunto a mobilitare centinaia di poliziotti e ad attuare la deportazione di masse di lavoratori africani in séguito all’azione tendenzialmente omicida di gruppi di squadristi locali al servizio degli imprenditori agricoli, dimostra che le cause economiche e sociali che hanno condotto a tale sollevamento vanno ricercate nelle condizioni di indicibile miseria e intollerabile oppressione in cui vivono questi ‘dannati della terra’. Non è una semplice rivolta e non è un’insurrezione, non ha né un carattere razziale né un’impronta religiosa: è una chiara manifestazione della lotta di classe, che si esprime nella forma del sollevamento.

Come sempre accade in queste congiunture critiche, l’erompere spontaneo della lotta di classe spiazza tutti i benpensanti, siano essi di destra, di centro o di sinistra, i quali, dai partiti di governo a quelli di opposizione, dai padroni ai padroncini, dalle associazioni antirazziste ai preti e agli imàm, sono costituzionalmente incapaci di comprendere, per richiamare un’incisiva formulazione di Marx, che i ribelli “stanno finalmente facendo ballare i mummificati rapporti sociali cantando la loro propria musica, e insegnano al popolo ad avere orrore di se stesso, per fargli coraggio”.

I fatti di Rosarno attestano, in primo luogo, che al centro del sollevamento del proletariato immigrato vi sono i problemi che nascono da una situazione di sfruttamento selvaggio, indicibile oppressione e sistematico ‘non-riconoscimento’. Si tratta di persone costrette a vivere in capannoni fatiscenti, prive di qualsiasi garanzia sociale e democratica, il cui unico elemento identitario, di ‘auto-riconoscimento’, è quello etnico: lavoratori che sono alla mercé di un padronato agricolo, il quale confina e talora si confonde con la criminalità organizzata e prospera sulla torchiatura di questo settore non sindacalizzato della manodopera agricola, dove non viene rispettato il benché minimo diritto. In secondo luogo, il ‘riot’ di Rosarno dimostra che l’integrazione degli immigrati non può avere luogo all’interno del sistema dello sfruttamento di classe e, in terzo luogo, che l’unica prospettiva realistica consiste nella loro partecipazione ad un fronte popolare che lotti per introdurre cambiamenti politici e sociali radicali.

Purtroppo occorre sottolineare che, fin quando l’ottica con cui buona parte della sinistra affronta il problema dell’immigrazione e segue questi avvenimenti resterà puramente etico-solidaristica, e fin quando la stessa sinistra non sarà capace di riappropriarsi un patrimonio teorico-politico gigantesco (non solo Marx, Engels, Lenin, ma anche Fanon, Marcuse, Debord e Guevara), mancherà una condizione fondamentale per sviluppare un’analisi scientifica della società capitalistica italiana ed europea e per elaborare una strategia che ponga con forza l’obiettivo della sua trasformazione e del suo superamento.

Enea Bontempi

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