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Ricordo di Oriana Fallaci

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18 settembre 2006

Raccontare la vita e testimoniarne l’amore sconsiderato, confrontandosi quotidianamente con la morte e disprezzandone ogni sua manifestazione e ogni suo colpevole dispensatore. Questa è stata la tela incessantemente tessuta, per un’intera esistenza, dalla Penelope del giornalismo internazionale, dalla scrittrice italiana più letta nel mondo, dalla regina delle intervistatrici scomode e del reportage di guerra, al secolo Oriana Fallaci.

Nata a Firenze e cresciuta all’ombra di modelli come Dante, Michelangelo o Girolamo Savonarola, ha sempre difeso orgogliosamente il suo essere toscana, anche al di là dell’Atlantico a New York, in quella sua seconda patria, che aveva eletto a residenza preferita.

Guerra e letteratura sono da sempre un binomio inscindibile e Oriana, nella sua ricerca della libertà (per lei “unica parola senza sinonimi”), vi si è inserita quale sintesi magnifica di testimonianza, provocazione e ostinazione. La guerra, come momento più alto dello scontro tra la vita e la morte, era stata abituata a viverla in prima linea sin da piccola. Dai tempi della staffetta di Giustizia e Libertà col padre Edoardo, maestro di lotta per la libertà e di impegno civile, e lo zio Bruno che le raccomandava: “Vivi. E poi scrivi”.

Avevo quattordici anni quando l’ho conosciuta sulle pagine shockanti e suggestive di “Niente e così sia”. Indelebile è rimasta nella mente la cruda scena-racconto di un’esecuzione, compiuta dai vietcong, con precedente evirazione della vittima: un contadino vietnamita. Dovunque vedesse una prepotenza non esitava un attimo a denunciarla e lo faceva sempre con durezza e senza mezze misure. Convinta che “la vita dell’uomo è una guerra”, come ha ricordato Renato Farina, “Oriana ha avuto un unico nemico: il niente. Il contrario di Dio”.

L’ho poi cercata e ritrovata con “Se il sole muore”, “Intervista con la storia” e “Lettera a un bambino mai nato”. I suoi reportage l’hanno resa famosa al mondo intero. Le sue interviste hanno fatto tremare i potenti della Terra. Si definiva più brava di Hemingway. E lo era. In lei albergava, come se non bastasse, anche “il genius loci di un altro grande toscano, Curzio Malaparte, che ne aveva intuito il talento e l’aveva incoraggiata e formata” (M. Brambilla).

Rabbia, orgoglio e indisponenza si sciolsero nell’amore per il suo ritrovato Ulisse, Alekos Panagulis, il leader affascinante -nella Grecia dei colonnelli- della difesa della libertà e quella dei diritti civili. E di nuovo si acuirono, qualche anno più tardi, verso i seminatori di morte, le schegge impazzite di Osama Bin Laden

L’attacco e l’invettiva questa volta diventano furibondi nei confronti dell’Islam. Ma anche dell’Occidente che rinuncia al cristianesimo per abbracciare il niente. E’ su questo crinale che Oriana, l’atea-cristiana, si sintonizza col nuovo Pontefice Benedetto XVI. E rafforza il rapporto col suo amico più caro, Mons. Rino Fisichella, a cui affiderà la mano nel suo momento più terribile. Il prelato fa notare come: “Il grido di Oriana non era ostile ai mussulmani; era rivolto all’Occidente affinché non perdesse la sua identità come Medea aveva assassinato i suoi figli. Oriana usava la provocazione dell’Islam anche per dire all’Occidente di non abbandonare la Chiesa, e alla Chiesa di non abbandonare l’Occidente”.

Amava la vita, ma della morte non aveva paura. Si era abituata a guardarla negli occhi, l’ha tenuta tra dita una vita intera, ne ha respirato l’odore con un’intensità senza eguali. Al Monsignore ha affidato, da scrittrice, la sua ultima sfida d’amore, quando ha chiesto di suonare le campane di Sant’Ilario, la parrocchia di famiglia, al proprio funerale. La prima musica udita venendo al mondo.

“Non chiedere per chi suona la campana”, ammoniva Hemingway, “essa sta suonando anche per te”. La campana di Oriana, invece, ha un suono diverso, è un rintocco pieno di dolcezza, tiene desto l’animo e annuncia a viva voce che “La vita non muore”. Sì, in effetti, era proprio più brava!

Antonio V. Gelormini

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