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Risposte troppo semplici sulla globalizzazione

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26 aprile 2011

 Caro direttore,
leggo e rileggo la lettera 322 a firma Eros Barone e mi chiedo se l’ottimo professore che ci ha donato spesso acute e originali analisi su problemi del nostro tempo abbia per una volta ceduto la penna a qualcun altro. Per via di questo dubbio gli sottopongo le mie obiezioni con riserva.

1. “Come è stato detto dai sociologi che hanno studiato il fenomeno in oggetto, per questi strati della classe operaia il conflitto di classe da ‘verticale’ (contro i capitalisti) si è trasformato in ‘orizzontale’ (contro gli immigrati, contro la Cina ecc.) e viene sostituito dal conflitto territoriale.”
2. Avevo letto da qualche parte che la lotta di classe nasce e si configura come “lotta tra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe dei lavoratori”. Pur non trovando, nemmeno nel Capitale, una definizione di classe stabilita una volta per tutte (e giustamente, dato che la storia e la realtà dei conflitti sono mutevoli), mai avrei pensato che si potesse definire con la stessa categoria di “conflitto di classe” la competizione che si instaura sul mercato del lavoro tra lavoratori che si trovano in codizioni diverse. Una competizione sciagurata, ma reale e molto vicina a noi, che non è solo tra immigrato e italiano, ma persino tra italiano e italiano, tra precario e stabilizzato o anche tra italiano e americano (e non solo cinese) come mostra il caso Fiat. Non mi capacito che queste osservazioni siano escluse dall’analisi del nostro amico.

3. “E bisogna ammettere che finora essi (i lavoratori) hanno trovato risposte soltanto a destra. In seguito alla crisi, è accaduto infatti che siano state le destre (non soltanto le destre populiste e razziste, ma anche le destre tradizionalmente conservatrici) le forze che, oltre ad esprimere la volontà di difendere i capitali nazionali e di rilanciare il protezionismo commerciale, hanno sempre di più posto l’accento sul blocco dell’immigrazione quale valida risposta al conflitto tra i lavoratori che viene oggettivamente alimentato dalla globalizzazione.”
4. Bisogna ammettere che ci vuole molto coraggio e tanta buona disposizione a definire “valide” le (vane) promesse della destra di bloccare l’immigrazione, che in realtà si traducono solo in politiche di massima precarizzazione del lavoro degli immigrati, al fine abbassarne gli standard salariali e di sicurezza, sia i loro che, indirettamente dell’intero mondo del lavoro. Ciò secondo le ben note logiche di concorrenza. Ora, che alcuni lavoratori prendano per buono (per vero/verosimile) il ‘fora di ball’ di Bossi e non sappiano quel che succede davvero nel mondo può essere: i lavoratori non hanno il carsima dell’infallibilità! Che un fine osservatore come Barone sottoscriva questa narrazione mi lascia basito.

Tutto ciò osservato si potrà ben dire che la sinistra non ha risposte adeguate ai problemi della globalizzazione. Non che non ne abbia: per esempio regolare e programmare l’immigrazione, garantire pari diritti a tutti lavoratori, impedire che un’ora di lavoro precario costi (al capitale) meno di un’ora di lavoro stabile ecc. E ancora: tassare i movimenti finanziari, estendere i controlli sui diritti sindacali, introdurre principi di reciprocità negli accordi commerciali ecc.
"Roba difficile a farsi!" si dirà. Ma è forse realizzabile la proposta di ‘bloccare i capitali’? Davvero con questa proposta ci si può opporre alla demagogia della destra?
Si può anche dire -ed è vero- che la destra è più brava a parlare alla pancia della gente. Ma se la sinistra ha stima che i lavoratori abbiano una testa è a quella che deve provare a rivolgersi, contrastando e sbugiardando le proposte demagogiche e le false promesse.
E infine, se, nonostante tutto, fa sempre notizia il fatto che qualche iscritto alla Fiom vota Lega e qualche operaio della CGT vota Le Pen è perchè la maggioranza di essi vota a sinistra. E non per sbaglio.

Saluti cordiali

Roberto Caielli

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