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Ritornare a Hegel

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19 gennaio 2010

Il merito del saggio di Fabio Vander, “Essere e non-essere. La Scienza della Logica e i suoi critici”, Mimesis 2009, è quello di riproporre la categoria della ‘rivoluzione’ come categoria teoretica e di indicare nel pensiero del filosofo di Stoccarda la sua più rigorosa fondazione. Che una siffatta operazione non sia un esercizio interpretativo di carattere meramente filologico, destinato quindi a inscriversi nella tradizionale problematica del rapporto di Marx con Hegel, croce e delizia della marxologia, ma costituisca invece un punto di partenza di valore fondamentale e di portata fondativa anche per la formulazione di un programma di ricostruzione del materialismo dialettico e storico, emerge con chiarezza se si considera che Marx ha assunto da Hegel il meccanismo logico della dialettica (assunzione che Lenin ha approfondito nel corso della sua lettura di Hegel, riferendosi in modo particolare alla “Scienza della logica”, ma in termini completamente diversi da quelli che uno dei luoghi comuni più triti della marxologia presume di poter definire mediante la metafora del ‘rovesciamento’ della dialettica hegeliana. A questo proposito, osservo ‘per incidens’ che il giudizio sulla ‘rinascita idealistica’ del primo Novecento, rinascita che vide accomunati Lukács e Gramsci, non può non essere negativo; e va detto parimenti che resta un merito di Lenin non averla condivisa.
Non concordo, invece, con la tesi anti-ontologica esposta da Vander, perché ritengo che i tentativi oggi esplicati in direzione di un recupero critico dell’eredità hegeliana siano tanto più positivi quanto più essi tendono, come attesta l’opera del tardo Lukács, a fondare materialisticamente un’ontologia dell’essere sociale che restituisca al pensare e all’agire umano un carattere concreto, cioè un terreno, un movente, un senso ed un fine, tali da fare di quelle determinazioni oggetti di conoscenza, di scelta e di previsione. L’assioma scolastico, secondo cui “operari sequitur esse”, torna in un certo senso di attualità, anche se è chiaro che (nei termini dell’ontologia lukacsiana) la struttura del reale viene individuata come un complesso contraddittorio, correlato alla dinamica conflittuale dei modi di produzione e alla scansione specifica del tempo storico della presente società. La rottura con il soggettivismo, e con il relativismo che gli è intimamente connesso (quale che ne sia il tipo: idealistico, epistemologico, pragmatistico ecc.), è pertanto molto netta, così come molto netta e del tutto conseguente è la riaffermazione che non è il movimento a fondare le prospettive, ma sono le prospettive a fondare (materialisticamente) il movimento.
Non a caso, fedele alla lezione di Marx reinterpretata con le “lenti di Hegel”, Lukács sviluppa, negli ultimi anni della sua lunga attività, un recupero del dato dell’oggettività, che è forse il più grande risultato del suo pensiero. E però l’aspetto che oggi appare più significativo non è tanto il condizionamento che l’eredità hegeliana ha esercitato sulla sua riflessione facendo sì che l’elemento della negazione, presente e decisivo nel rapporto di Marx con Hegel, si diluisse e quasi svanisse nell’aspetto della continuità, quanto i ‘modi di impiego’ di quella eredità, che nell’ultimo Lukács (quello dell’“Estetica” e dell’“Ontologia dell’essere sociale”), il più maturo e il più grande, trovano una sintesi impressionante per vigore sistematico ed acutezza teoretica. Dalle premesse or ora poste consegue che l’esigenza di affrontare l’analisi della società in termini complessivi non può essere soddisfatta mediante il ricorso alla categoria di ‘totalità’ di ascendenza hegeliana, perché con il ricorso ad una siffatta categoria viene abbandonato un caposaldo del marxismo come il rapporto tra base economica, sovrastrutture e prassi, e la definizione marxiana della totalità non si distingue più da quella hegeliana. Al contrario, in coerenza con l’insegnamento che si ricava dall’ampia e approfondita disàmina che Vander svolge sull’apparato teorico hegeliano, la nozione corretta di ‘totalità’ va coniugata con la nozione dialettica di ‘rivoluzione’, la quale, nella trasvalutazione operata da Marx, è l’esito coerente e rigoroso del punto di vista della produzione e riproduzione della vita materiale: un punto di vista che, escludendo sia il riduzionismo economicistico sia l’organicismo onnicomprensivo, apre alla soggettività storica lo spazio morfologico e teleologico della trasformazione sociale e della emancipazione umana.

Eros Barone

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