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Salviamo Arcumeggia

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11 agosto 2011

Egregi Signori,
avevamo già scritto in tema l9 Agosto del 2008 con una lettera che alleghiamo alla presente.
In conseguenza di quel grido di allarme (che raccoglieva anche interventi sulla stampa locale),
ci rendiamo conto che è stato fatto molto poco tanto che è scoppiato ancora un nuovo caso
Arcuomeggia questo anno, con i medesimi contenuti evidenziati nel 2008.
Non basta ora che vi sia un interesse e un intervento della Provincia di Varese, in considerazione  soprattutto della povertà delle casse degli enti locali. Questo, pur encomiabile, è da solo insufficiente.
Occorre, invece, che possa esservi un intervento Ministeriale.
Investire nel Varesotto da parte dello Stato è, del resto, un atto dovuto e per nulla rischioso: bastino
a capirlo i quattro patrimoni dell’umanità Unesco che sono stati identificati in provincia di Varese.
Non possiamo davanti a problemi gravi che soffre Acumeggia accettare frasi di circostanza ma
pretendiamo un intervento concreto da parte ministeriale e chiediamo altresì alla Provincia di
Varese di muoversi attraverso il sistema turistico provinciale riconsiderandolo (individuando
priorità e soprattutto facendo rete tra i diversi beni rilevanti diversa natura nel territorio con
alberghi, ristoranti e industrie).
Il Varesotto è un’eccellenza planetaria, non può essere lasciato morire e devono essere individuati e
posti in essere meccanismi attraverso i quali sia possibile fare fruttare le ricchezze di cui
disponiamo. Come detto, ben quattro sono i siti riconosciuti patrimoni dell’umanità dall’Unesco
nell’area varesina (il Sacro Monte di Varese, l’Isolino Virginia a Biandronno, il Monte Orsa,
Castelseprio). Il riconoscimento da solo non basta ma vi è necessità di un piano di gestione unitario
che li valorizzi rendendoli produttivi è collegandoli anche con le altre beltà territoriali tra cui
Arcmeggia. Questi beni vanno conservati in massimo grado, non imbastarditi, ma non imbalsamati
e lasciati soli come ora. Questi riconoscimenti così prestigiosi danno ragione a chi come noi aveva
e ha fortemente criticato il piano turistico varesino che non era basato sulle eccellenze di cui può
fregiarsi il territorio (bellezze assai diversificate e soprattutto ancora in numero ben più consistente
dei siti al momento riconosciuti: quelle storico artistiche, che vanno dalla preistoria al novecento
inoltrato passando per quelle naturalistiche e quelle leisure tra cui il volo a vela, campi di tennis,
piscine e storici campi da golf) ma solo su attrazioni convegnistiche.
Tutte queste eccellenze sono in sedi differenziate che non hanno alcun coordinamento tra loro come
con ristoranti e alberghi. Non abbiamo provato perciò alcuno stupore davanti a questa messe di
certificazioni ufficiali.
È giusto portare in avanti la missione convegnistica del territorio volta anche a permettere un
necessario upgrading dell’imprenditoria locale. È sbagliato però limitarsi solo a questa come
riteniamo sia un errore puntare anche solo su eventi a spot non ripetitivi che comportano il
concentrarsi di tante persone in una sola occasione. Persone che non si innamorano di un luogo e
soprattutto non vi tornano.
I patrimoni Unesco necessitano della redazione di un piano di gestione che permetta il loro
coordinamento nonché la realizzazione di un vero e proprio sistema di ospitalità a uso degli
avventori del territorio.
I piani di gestione devono poi trovare la condivisione di coloro che abitano e operano nel territorio.
Tutto il sistema territorio e perciò anche le attività commerciali come quelle alberghiere non
possono prescindere dalla realizzazione un piano di gestione e non deve prescindervi il Land of
tourism
Il territorio varesino in cui vi sono più attrazioni in sedi diverse ha bisogno allora di un unico piano
di gestione che le raggruppi e le coordini tutte, consentendo l’instaurarsi di una redditizia politica
dei beni culturali e delle altre attrazioni a vantaggio di tutti gli operatori sia pubblici sia privati.
Pretendiamo tutti un nuovo sistema turistico. Non ci sono ricette per poter redigere il manuale di un
sistema turistico vincente.
Sappiamo che la provincia di Varese e soprattutto il Nord della medesima, come detto, può disporre
di una particolare ricchezza per presenze storico culturali, naturalistico paesaggistiche e leisure che
non sono coordinate tra loro e con quello che è il servizio di ospitalità varesino costituito da
alberghi e ristoranti. Manca anche un collegamento tra il turismo d’affari il sistema di ospitalità
varesino e le innumerevoli attrazioni di cui si è detto sopra.
A oggi non risulta che esista un marchio di qualità che sappia identificare i beni provenienti dal
territorio. Occorre, alla luce di tutta la cultura dello sviluppo sostenibile di un territorio, la necessità
di istituire un marchio che sia sinonimo di qualità.
 
Deve essere pertanto costituito un sistema di coordinamento che sia fatto non solo a tavolino ma
soprattutto con l’interazione di tecnici e operatori. Sistema di coordinamento che deve effettuare
delle scelte e tracciare una via che l’operatore turistico è chiamato a perseguire. Questo sistema di
coordinamento deve essere discusso all’interno degli enti locali che devono essere protagonisti e
anche controllori della sua attuazione. Non si vuole promuovere una diversa modalità di sistema
turistico rispetto a quella vigente ora. Occorre vi sia non un semplice aggiornamento bensì un
nuovo censimento delle plurime attrazioni del territorio varesino da inserire in un unico progetto
globale e coordinato dagli uffici turistici provinciali.
Richiamiamo così la necessità di un nuovo piano che scaturisca dalla costruzione sia di tecnici sia
di operatori, e non un semplice aggiornamento della documentazione già fatta. Occorre, insomma,
che vengano monitorati tutti i fenomeni che sappiano cogliere le potenzialità e le criticità che un
territorio complesso e dinamico come quello varesino presenta e che un piano tradizionale di
sviluppo socio economico non è in grado di evidenziare quanto a dati aggregati da esso presentati,
in quanto tali dati aggregati non registrano in maniera reale i cambiamenti sul territorio, se non si
tiene conto dei singoli progetti avviati o in divenire.
Forniamo i riferimenti Internet per poter leggere un documento redatto già nel 2005 dal centro studi
Formez che indica proprio nell’economia dei beni culturali un obiettivo da perseguirsi con forza.
http://db.formez.it/FontiNor.nsf/f605fd8ffb74e25cc1256f3b002b0187/
3209AD07319A497CC125726D00542FCE/$file/risorse%20culturali%20e%20comunicazione.pdf.
Quanto denunciato dagli organi di stampa a proposito di Arcumeggia del Sacro Monte di Varese,
dei laghi e fiumi prealpini, ecc., non costituisce solo un problema locale, bensì una sventura che
tocca la popolazione planetaria come il governo nazionale che attraverso le istituzioni locali, le
Soprintendenze e i tavoli di concertazione deve correre ai ripari, studiare le opportune contromisure,
e attuarle in tempi molto brevi reperendo i fondi necessari.
Non esageriamo ad affermare quanto sopra!
Il timore di perdere Arcumeggia deve costituire un problema prioritario per tutti, tanto costituisce
una minaccia agli interessi di ogni turista, sia nazionale o locale che estero come dell’economia
nazionale e locale.
Arcumeggia non deve, comunque, essere lasciata sola ma va inserita con dignità in un sistema
turistico complesso.
I Piani di sviluppo turistico vanno fatti comunque e non si deve solo pensare come distruggere il
territorio per fare basse attività speculative. Ogni ferita inferta ai beni culturali ovvero ogni danno
dei medesimi non opportunamente rimarginato, costituisca un trauma irrimediabile.
Non bisogna avere paura di spendere, soprattutto, per salvare come per valorizzare le nostre risorse
più preziose: il patrimonio paesaggistico e quello culturale.
Come avevamo già scritto: “Questo non è solo un passato da studiare e mostrare. È, soprattutto,
un presente da vivere, la capacità di esprimerlo e di concretizzarlo in esperienze creative in grado
di far germogliare i semi del futuro. Un esperienza che potrà essere tanto più ricca per quanto
saprà avvalersi della consapevolezza e della vastità della sua storia della quale, per fortuna,
abbondiamo. Per questo, investire in cultura, non può essere ristretto alla sola protezione del
patrimonio (che è fondamentalmente necessaria e deve sempre essere coerente) né tanto meno
deve avere il significato di spesa a "fondo perduto", ma deve avere tutte le caratteristiche della
spesa di investimento. Salvare il passato e saper investire nella cultura del futuro sono azioni
imprescindibili e sempre accorte. Niente, infatti, è potenzialmente più redditizio. Investire in
conoscenza, è già di per sé un investimento produttivo ed è considerazione questa che non si può
banalizzare: se la cultura è una ricchezza del paese, va sempre conservata e come ogni ricchezza
deve produrre reddito ma ciò non deve necessariamente accadere nel breve o medio periodo.
Deve essere un investimento da considerarsi sempre ben fatto e che potrà produrre degli effetti
positivi anche in un lungo periodo.
La cultura che costituisce un carattere connotante del nostro paese deve essere organizzata a sistema
a livello locale. Alla sua gestione, alla quale è da individuarsi un unico soggetto responsabile, devono proprio partecipare, con logica imprenditoriale, tutte le forze economiche interessate ad un suo sviluppo sostenibile e a tutto campo.
Non deve perciò essere imbalsamata e sterilmente sfruttata ma, invece, va fatta vivere impiegando
tutto il suo potenziale in connessione con le altre presenze territoriali, con alberghi e ristoranti e
deve costituire uno stimolante paradigma per le produzioni artigianali come industriali. Il sistema
locale a tutto campo deve essere esponenziale di una efficienza territoriale che deve includere
tutte le organizzazioni interne, deve essere riconoscibile all’esterno e deve essere, soprattutto, non
uno stantio carrozzone ma un’agile spider che possa essere dotata di mutevolezza e capacità di
affrontare tutti gli imprevisti come l’Aston Martin di James Bond.
La salvaguardia di Arcumeggia e il finanziamento da parte del Governo dello Stato del Piano di
gestione Unesco del Sacro Monte di Varese (commissionato da Varese Europea di cui siamo soci),
nel carnet del Primo Ministro potranno diventare una priorità assoluta come lo è, correttamente,
Napoli invasa dai rifuti?
Lo speriamo vivamente.
Non si abbia la poca accortezza di affermare con superficialità che per la cultura e i sistemi locali
non ci siano soldi.
Mi viene da chiudere, allora, citando Cesare de Seta in un Suo articolo celebre, appropriato alla
presente nota:
“Mi chiedo se l’universo molteplice delle arti e della creatività non debba essere assistito e
sorretto proprio nei momenti in cui la macchina produttiva langue: nel momento in cui cioè si sente
maggiore bisogno di quella difficile e rara pianta che è l’umana creatività che si esprime nelle
arti figurative o nella musica, nel cinema o nella letteratura, ma la cui ricaduta può interessare, in
una politica lungimirante di lunga durata l’elettronica o l’alta velocità, la gestione delle poste, o il
funzionamento della macchina dello Stato.
Per concludere: prima di tagliare le spese per la cultura in senso lato, non è più conveniente
economizzare su quelle parti dell’apparato produttivo che funzionano male o non funzionano
affatto? Il New Deal roosveltiano non fu anche l’esito di un incontro, su basi rinnovate, tra industria, cultura e politica?”
Cordiali saluti in attesa di una risposta soprattutto sul piano operativo.
Arturo Bortoluzzi - Il Presidente Amici della Terra/Varese-ONLUS

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