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Sciacalli, roditori e zombi

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14 agosto 2011

Avendo contribuito, per la mia parte e in tempi non sospetti, a chiarire il carattere strutturale e globale della crisi economico-finanziaria, le cui conseguenze vengono ora scaricate da questo governo sui lavoratori a reddito fisso del nostro paese con la ferocia tipica degli sciacalli che si avventano sulle vittime indifese, non posso non condividere la dura, puntuale e documentata requisitoria (cfr. lettera n. 152) che Mauro Icardi ha svolto nei confronti degli “equilibrismi dialettici” di un entusiastico zelatore del ‘Be-Bo’ (l’asse Berlusconi-Bossi), ridottosi ora a querulo rampognatore del medesimo. In effetti, vien fatto di osservare, è quando la nave comincia ad affondare che i roditori, abituati a vivere nella oscurità delle stive, salgono sul ponte in cerca di una improbabile salvezza, laddove con questa similitudine non mi riferisco tanto ad un caso individuale, più o meno deplorevole, di mediocre trasformismo quanto al modo di atteggiarsi e di reagire, di fronte al ‘redde rationem’ che si avvicina, di quei ceti sociali che hanno sostenuto questo sciagurato governo e la sua politica antipopolare e antisociale.
Nondimeno, se dovessi segnalare nella mia impostazione politico-ideologica una differenza che permane, pur nel pieno consenso alla ‘pars destruens’ della predetta requisitoria, rispetto alla sua ‘pars construens’, non mancherei di ribadire che, nel panorama nebbioso e indistinto dell’attuale ‘opposizione’, non vedo e non riconosco alcuna alternativa reale che non sia, ancora una volta (come nella disastrosa esperienza dell’ultimo governo Prodi), quella, morbida nella forma ma ancor più dura nella sostanza, di un berlusconismo senza Berlusconi. E qui emerge il nodo gordiano dell’indipendenza e della sovranità del nostro Paese, attualmente privato dell’una per opera della Nato e dell’altra per opera della Bce: un nodo che, per quanto riguarda il secondo aspetto, non può essere sciolto, ma va reciso nell’unico modo possibile, ossia uscendo dalla Ume e liberandoci dall’euro, che è (e altro non può essere, dati i rapporti obiettivi di proprietà, di forza e di potenza) lo strumento, in chiave liberistica, della dittatura del capitale finanziario transnazionale e, in chiave mercantilistica, della sottomissione dei paesi intermedi e periferici della Ue all’egemonia economica della Germania. Del resto, basta guardare, oltre il velo della retorica e degli eufemismi, la realtà nuda e cruda per comprendere che oggi il Parlamento italiano ha la stessa sovranità reale del governo di Vichy durante l’occupazione tedesca. Esso può quindi discutere e decidere, che so?, circa gli orari degli alcol test per i giovani, i tempi di permanenza nei Cie, i documenti sulla bioetica, il rinnovo della tessera del tifoso, la cerimonia di chiusura dei 150 anni dell’Unità nazionale, laddove tutto ciò è molto bello, in particolare per i giornalisti della “Repubblica” o del “Giornale”, ma la sovranità politica, economica, monetaria e fiscale è altrove.
Sennonché non deve sfuggire un’altra scelta di inaudita gravità, frutto dell’inqualificabile arroganza di un governo in cui le pulsioni revisioniste si intrecciano con le ritorsioni simboliche: oltre all’abolizione, di fatto, del contratto nazionale di lavoro, il prossimo 25 aprile e così pure il primo maggio non sarà festa. È la prima volta che ciò accade dai tempi della dittatura fascista di Mussolini e, anche in questo caso, non può sfuggire, considerati gli effetti assolutamente irrilevanti che tale provvedimento è destinato a produrre sull’economia, l’intento di colpire culturalmente, sino ad azzerarla, ogni tradizione di sinistra esistente in questo Paese.
Concludo il mio intervento con un apologo in cui si mostra, ricorrendo ad un proverbio spagnolo, che, malgrado il frenetico agitarsi degli sciacalli, dei roditori e degli zombi sulla scena del mondo capitalistico e in particolare su quella del nostro disgraziato Paese, “el que ha de ser no puede faltar” (ciò che deve essere non può mancare di realizzarsi). Una sfortunata donna rumena, svegliatasi durante il proprio corteo funebre, sgusciò dalla sua bara e, avendo capito che cosa stava accadendo, corse via in preda al panico, ma solo per essere investita da un furgone su una strada trafficata e rimanere uccisa sul colpo. Così fu rimessa nella bara e il corteo funebre proseguì… Non è questo l’esempio per eccellenza di ciò che si può chiamare destino? Io leggo in questo apologo il destino che attende il capitalismo, al di là delle sue discese (sempre più frequenti e prolungate) e delle sue risalite (sempre più rade e brevi), e riconosco in quel corteo funebre il proletariato e i popoli oppressi di tutto il mondo, storici becchini del capitalismo.

Enea Bontempi

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