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Scuola e nomadi: quando basta la buona volontà

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28 ottobre 2007

Caro direttore, egregio signor Veronesi

anche a me fa piacere che si dibatta di temi che riguardano il presente e il futuro di tutti noi, nomadi compresi e Lei ha perfettamente ragione, gliene ho dato atto anche nella mail precedente.
Mi limiterò quindi solo a raccontarLe la mia esperienza senza pretesa alcuna, solo per il piacere di comunicare con una persona le cui tesi fondano su giuste motivazioni e non su pretesti razzisti.

Io insegno e qualche anno fa nella mia classe sono stati iscritti dei bambini nomadi e Le assicuro che la difficoltà di entrare in relazione con loro e le famiglie era impresa davvero difficile.
Questi bimbi frequentavano un giorno sì e dieci no perchè i genitori non se ne curavano o preferivano mandarli agli angoli delle strade a elemosinare esattamente come da sempre facevano loro. Non sto affermando che per tutte le famiglie nomadi sia così, riferisco la mia esperienza.
Come corpo docente ci siamo chiesti mille volte come risolvere una questione che davvero ci addolorava perchè eravamo consapevoli che quei bambini crescevano avendo come unico modello di comportamento l’esempio delle loro famiglie e ciò avrebbe avuto ripercussioni negative sulla loro crescita.
Dopo mille esitazioni, pensammo che per il bene dei bambini, con la speranza che se avessero conosciuto e “imparato” altri modelli di vita forse sia il loro futuro che quello delle generazioni successive sarebbe stato un po’diverso abbiamo deciso di passare a turno al loro campo e accompagnarli a scuola.

In questo modo i bambini hanno terminato l’anno scolastico con buoni risultati. Forse abbiamo sbagliato, forse non era giusto perchè certamente le famiglie non lo meritavano, ma quei bambini non ne hanno dovuto pagare il prezzo. Abbiamo scelto di investire sul futuro a torto o a ragione, ognuno può dare il suo giudizio.

Codiali saluti

Loredana Minella

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