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Se il Pd vuole rinascere a nuova vita, deve morire a se stesso

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10 dicembre 2013

Gentile direttore,

“Non è la fine della sinistra” – ha detto Renzi – “ è la fine di un gruppo dirigente della sinistra”. Ha ragione Renzi nel fare questa affermazione? Quello che il risultato delle primarie ha sancito è di certo la pesante sconfitta dei vari dirigenti di sinistra che si sono alternati alla guida del Pd, in questi ultimi anni; e quindi quella che oggi muore è la storia del Pci, Pds, Ds, come l’abbiamo conosciuta sinora. Ma quella morte, è bene saperlo, è iniziata quando Occhetto & compagni, abbagliati dalle generiche sirene della completa discontinuità, rispetto alla tradizione e inseguendo un “oltre” confuso e generico, decisero di cambiare solo il nome del vecchio Pci senza un rinnovamento delle finalità dei contenuti e dei metodi della lotta politica.

 Anziché fare “un bilancio di ciò che era vivo e di ciò che era morto” di quella tradizione comunista ed innestarci sopra nuova linfa e nuovi paradigmi concettuali di analisi e di progetto hanno scelto la strada più breve e facile, quella cioè di “buttare il bambino insieme all’acqua sporca” e facendosi poi a turno anche la guerra tra di loro. La squallida vicenda (dei 101 parlamentari che hanno affossato quel galantuomo di Bersani ed il fondatore dell’Ulivo, Prodi che volevano cambiare partito e riformare la politica e la nazione) ha mostrato sino a che punto possono arrivare il cinismo e la miopia politica di certi dirigenti. Questo sciagurato e si spera ultimo colpo di coda del “vecchio gruppo” è stato un ennesimo e pazzesco autogol che ha esasperato definitivamente molti tra gli iscritti e i militanti del Pd, e spinto anche l’elettorato considerato più di sinistra, a “turarsi il naso”, come si diceva una volta, e a votare per Renzi anziché per Cuperlo, considerato espressione del “vecchio gruppo.”

 Siamo ormai in presenza di una fase nuova, ad un cambio generazionale, in cui una vecchia classe dirigente è in crisi e una nuova radicalmente diversa va emergendo, ma deve ancora affermarsi e consolidarsi. Renzi ha spinto quasi 3 milioni di persone a partecipare e a votare; e ciò in tempi di astensionismo e antipolitica non è certamente poco. Per il popolo delle primarie la politica, nonostante la grave crisi, è ancora lo strumento per cambiare il Paese. Ma Renzi deve sapere che una cosa è amministrare Firenze e vincere le primarie, un’altra dirigere un partito variegato e privo ancora di un’identità certa com’è il Pd oggi. Non deve far finta di ignorare che per molti egli, all’interno del partito, è ancora considerato come “un male necessario”.

 Il sindaco di Firenze ha ricevuto un’investitura pesante, e pesante è la responsabilità che ora è sulle sue spalle di vincitore. Dovrà convincersi che un “uomo solo al comando” non potrà mai risolvere i problemi, e che occorre un partito-squadra, unito e dall’identità definita per affrontare, utilizzando tutte le energie e le competenze vecchie e nuove che sono nel centro-sinistra, i gravi problemi della società italiana, lasciati incancrenire dal ventennio berlusconiano.

Dovrà sapersi muovere con intelligenza e dovrà saper tenere unite le varie anime del partito, e farle diventare una comunità d’intenti, definendo un progetto per il Paese per il Terzo Millennio, senza farsi condizionare da chicchessia, ma apportando i cambiamenti e i rinnovamenti lì, dove sono necessari. Oggi il Pd deve rinascere a nuova vita, ma perché ciò possa avvenire deve, per dirla con F.Nietzsche, “morire a se stesso”.  Quanto alla “vecchia guardia” uscita sconfitta dalle primarie, è bene che la smetta di segare i rami dove sta ancora precariamente seduta, finisca di farsi male e di far male al partito e soprattutto al Paese; accetti il consiglio di Prodi e lasci che “una nuova generazione venga avanti”. E’ l’ultima possibilità che gli elettori di centro-sinistra e non solo, sono disposti a concedere ai politici e alla politica oggi.

Romolo Vitelli

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