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“Sei grande, Tonino!”

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11 gennaio 2010

Caro direttore,
dopo aver letto l’apologo, tanto gustoso quanto profondo, che Antonio di Biase ci ha raccontato oggi in questa rubrica, non posso fare a meno di esclamare: “Sei grande, Tonino!”.
Perché mi permetto di lodare questa persona? Perché ho potuto constatare, seguendo i suoi interventi e avendolo conosciuto direttamente, che egli possiede una ‘grande anima’ di patriota, di socialista e di umanista (quante sono le “radici del nostro io” occidentale…). Certo, non è un ‘uomo a una dimensione’, come tanti di quegli ‘ominicchi’, ‘homines unius libri et unius loci’, che infestano le nostre contrade, contribuendo ad abbassarne il livello intellettuale, morale e politico.
Ecco, dunque, che nella sua lettera odierna, dal bellissimo titolo “In Cadorna ho incontrato me stesso”, ci vengono incontro due personaggi che finiscono con il sovrapporsi e quasi fondersi in un’unica persona, laddove il ‘medium commune’ è il gioco di specchi creato dagli accattonaggi e dalle questue, vale a dire dai comportamenti di quei soggetti marginali che, sia che trovino oppure no una risposta di carattere oblativo, non mancano mai di generare un qualche turbamento nelle nostre coscienze.
La finezza etica e l’acume sociale della testimonianza di Tonino, che traggono un più vivace risalto dal linguaggio informale e dal tono in apparenza scanzonato con cui egli si esprime, mi hanno così fatto tornare in mente un libro del critico Cesare Garboli, “Pianura proibita”, che gli consigliai di leggere qualche anno fa. In uno dei saggi che compongono questa silloge l’autore si sofferma sull’incidenza che il pensiero di Averroè ha esercitato nella tradizione letteraria del nostro paese, da Guido Cavalcanti a Mario Soldati. Perché introduco questo riferimento? Il motivo va ricercato proprio nel valore della fraternità (si legga, per avere un esempio magistrale di come venga declinato questo tema, un racconto di Soldati come “La giacca verde”), nonché nella tesi che caratterizza l’‘aristotelismo di sinistra’, di cui Averroè è un esponente di primo piano: una tesi che afferma il carattere universale e plurale di quell’intelletto attivo che, appartenendo al genere umano, è l’unico a godere della prerogativa dell’immortalità, laddove l’intelletto passivo, che è legato ai sensi e coincide con l’anima individuale, è mortale e, quale forma del corpo, perisce con esso.
Ebbene, l’apologo di Tonino ci ricorda esattamente questo: che la nostra identità include l’alterità (anche quella più degradata) e che l’alterità è lo specchio della nostra identità. Ci ammonisce poi, partendo da un caso limite, sull’importanza, non sempre riconosciuta, che ha, nella triade ‘libertà-eguaglianza-fraternità’, quest’ultimo valore. Ci spinge, infine, a considerare che è riduttivo e, al limite, regressivo il pensare che questa relazione si esprima e si risolva in un atto di carità, poiché il vero problema, sempre storicamente determinato, che la struttura ontologica della nostra identità pone è quello della giustizia sociale e della dignità personale.
Pertanto, se è vero che, per dirla con Fichte, il concetto di uomo è un concetto di genere e non di individuo, se è vero che, per dirla con Marx, l’essenza umana è l’insieme dei rapporti sociali, è altrettanto vero che, essendo la nostra identità più profonda e più cogente un’identità relazionale, molteplice e collettiva, non esiste salvezza a livello individuale: l’unica possibilità di salvarsi o, meglio, salvarci è anch’essa collettiva.

Eros Barone

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