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Senza sentimento alcuno

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25 aprile 2007

Caro direttore,
ho letto con piacere l’intervento di Enzo Laforgia che condivido interamente. Parlare infatti di Varese città giardino, o turistica, o tantomeno “svizzera”, è ormai una quieta menzogna, visto che il centro storico e gli immediati dintorni sono diventati una sorta di latrina a cielo aperto, tra sterco di cane e urina umana da annusare con voluttà.
Negozi e ristoranti ammonticchiano decine di sacchi di rifiuti che la sera formano oscure barriere davanti ai muri, assieme alle automobili parcheggiate ovunque, perché l’uomo del terzo millennio non fa un passo a piedi neppure minacciato alla tempia da una P38. Di cassonetti non si parla, visto che il “sacco selvaggio” richiede meno fatica, basta buttare in un angolo e il problema è risolto.
L’orrendo gippone fa status e quindi va impilato davanti al baretto trendy o alla boutique del calzino e chi si sforza di girare in centro in bicicletta, oltre a respirare pura morte aerea, deve compiere volteggianti gimkane tra cacche più o meno secche, eterni ponteggi, tombini sotto il manto stradale di almeno 30 centimetri, tappeti di chewing gum e bottiglie di birra vuote, il cui contenuto è stato urinato o vomitato poco oltre.
Per non parlare del rischio di finire come un’acciuga in salamoia nella pista per autobus che va da piazza Monte Grappa alle stazioni, dove una molecola di ossigeno faticherebbe a scovarla anche Sherlock Holmes.
Dice giustamente Laforgia che il “degrado urbano è specchio di un degrado generale, culturale e civile” e certo tutto ciò è figlio di ignoranza e attaccamento all’unico modello di vita oggi seguito, quello legato al potere del denaro e alla sua ottusa celebrazione.
Gli urinatori delle pubbliche piazze sono gli stessi che con il cellulare fotografano i ghiacciai che si sciolgono, divertendosi come pazzi al rotolare delle pietre a valle, che entrano nei prati con i fuoristrada o nei boschi con le moto da cross.
Ormai viviamo, come ha scritto il sociologo Zygmunt Bauman nel suo “Modus vivendi”, in città senza più il tessuto sociale che un tempo creava unione e fiducia tra le persone che, anche senza conoscersi, osservavano con scrupolo le leggi non scritte uso e costume del luogo.
Tutto ciò non esiste più, oggi le città sono alla mercé di chi urla a voce più alta, esibendo muscoli in vernice metallizzata, dopo aver riempito la propria totale vuotezza con alcol e droghe. Il pensiero non pensa ma calcola, imita la macchina che, come è noto, non possiede sentimento alcuno.

Mario Chiodetti

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