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Sturzo e l’egemonia

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10 aprile 2007

Gentile direttore,
intervengo anch’io nel bellissimo ed accesissimo dibattito che si è scatenato proprio in questi giorni sul tuo giornale a proposito della convergenza sul Partito Democratico, con molti compagni che hanno voluto dire la propria, a testimonianza di quanto l’argomento sia veramente sentito.
Per buttare benzina sul fuoco, sempre che ce ne sia bisogno, vorrei focalizzare l’attenzione su un argomento cardine nel dibattito che ci deve secondo me vedere coinvolti, quello del rapporto tra politica e cultura. Praticamente tutti i politici, i quali nella storia contemporanea si sono trovati alle prese con la nascita di un nuovo soggetto politico, hanno dovuto trattare questo argomento e costruirvi sopra una pensiero convincente: è successo a Mazzini ad esempio, che fu agevolato in questo dal movimento romantico e che fu uomo del suo tempo, a Gramsci che costruì su questo la sua teoria egemonica, ma anche i fondatori del Partito popolare, finissimi intellettuali come Romolo Murri e più ancora Luigi Sturzo si fecero delle domande e dovettero darsi, nonché fornire alla base, delle risposte convincenti sull’argomento. E’ importante ricordare questo perché anche noi oggi,- in attesa che una nuova classe politica almeno a sinistra emerga spontaneamente, per selezione naturale, come è del resto sempre accaduto – abbiamo il dovere di preparare il terreno facendoci almeno le domande giuste.
Per riflettere tutti assieme, vorrei proporre ai lettori uno stralcio dal discorso che proprio su questi punti tenne Luigi Sturzo in occasione del II congresso nazionale del PPI, svoltosi a Napoli dall’8 all’11 aprile 1920.

“Una corrente politica non si impone solo con le opere, che spesso determinano contrasti personali e diffidenze rese vive dall’egoismo umano; ma con la formazione di un pensiero che diviene convinzione, che genera la discussione, che occupa il campo della cultura, che supera le barriere dell’università e crea una propria letteratura. Né questa è una concezione borghese ed intellettuale della politica, è realismo della vita che si attua sempre più su larga scala, quanto più vasti sono i fenomeni di rivolgimento politico e quanta più vasta e la massa operante mossa da un’idea.
Perciò è necessario destare presso di noi questo movimento di cultura, che non è solo il movimento interno, prettamente organico, organizzato, ma è anche movimento collaterale, autonomo, simpatizzante; che però deve avere larga rispondenza nel movimento organizzativo, con circoli di cultura, pubblicazioni di riviste, di opuscoli, di monografie e di libri, con ritmo largo e confidente;”

Ai compagni più preparati della sinistra, che sono molti, rivolgo infine una domanda. Possiamo davvero dire, oggi, che esista una marcata differenza tra la concezione politico culturale di Sturzo e l’approccio egemonico di Antonio Gramsci?

Antonio di Biase

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