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Tanti piccoli errori

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19 gennaio 2009

Israele. Se oggi siamo a questo punto, penso sia dovuto ad una serie di piccoli errori, piccoli e comprensibili, ma se concatenati l’uno all’altro e moltiplicati per molte persone, fanno un grosso errore. Forte di questo principio, vorrei provare a mettermi al posto di un individuo “tipo”, immaginare di essere nei suoi panni, per capire.
Immagino allora di essere un attempato signore, ormai novantenne, nativo statunitense, agricoltore, dettaglio trascurabile: sono di discendenza ebraica e di religione ebraica, seppur non particolarmente osservante. Da generazioni i miei possedevano un fazzoletto di terra, ed io li aiutavo a coltivarlo. Dalla grande crisi in qualche modo ne uscivamo, ma io pensavo già di cambiare aria. Mio cugino mi raccontava di una terra lontana, la terra dei nostri avi: non era particolarmente fertile, ma c’era sole tutto l’anno. Sapevo che quella terra non era di nostra proprietà, e che le persone del posto non volevano rinunciare ad essa, ma mio cugino diceva che con i dollari si fa ciò che si vuole. La valigia pronta, salutavo i miei genitori ed io, ancora ragazzo, partivo per un lungo viaggio. Se avessi riflettuto meglio sarei rimasto a casa: in fondo non ne avevo bisogno, in
fondo sentivo che c’era qualcosa di sbagliato, nel fatto di rilevare una terra cara a chi la cede. Giunto in Palestina posavo a terra la valigia: la realtà era un po’ diversa da come l’aveva raccontata mio cugino, i palestinesi inveivano contro di me usando una lingua a me sconosciuta, ma il loro disappunto lo si capiva benissimo. Flettevo leggermente le ginocchia, per arrivare alla maniglia della valigia, ed in quel frangente mi veniva la tentazione di voltarmi, e ripartire. Se avessi riflettuto meglio sarei tornato a casa: in fondo non ne avevo bisogno, in fondo sentivo che c’era qualcosa di sbagliato, nel fatto di rilevare una terra cara a chi la cede, e loro me lo facevano capire. In quel mentre mio zio mi prendeva sottobraccio: “Non badare a quelli, vieni a casa nostra, ti troverai bene”. Effettivamente mio cugino aveva ragione, la terra non costava molto, e mio zio mi incoraggiava: ” c’è un appezzamento che andrebbe bene per te, è poco irrigato, ma a questo penseremo dopo. Lascia fare a me, tratto io con quelli”. Se avessi riflettuto meglio non avrei lasciato fare a mio zio: in fondo sentivo che c’era qualcosa di sbagliato, nel fatto di rilevare una terra ad un prezzo così basso. Qualche tempo dopo avevo la mia terra, segnata da solchi di cingoli. Andando in città osservavo la gente, c’erano poveri e c’erano benestanti, ed io non parlavo mai con i poveri, per via della lingua differente dalla mia, ma vedevo in loro risentimento. Mio zio mi invitava a partecipare alla vita pubblica, alla politica, alla costituzione di una nuova Nazione, ed io mi lasciavo persuadere, pensando che non c’era nulla di male nel fatto di creare, o riscoprire l’identità di un popolo. Se avessi riflettuto meglio non avrei partecipato: non si dovrebbero costituire nazioni a casa d’altri. Con l’appoggio di altre nazioni, nasceva Israele, e subito si rendeva necessario difendere militarmente questa nuova Nazione, ma Israele era già pronta: non era difficile difendersi dai deboli. Nonostante ciò, mio zio mi spronava: “arruolati nell’esercito, c’è bisogno di te, dobbiamo essere molto più forti di loro, e ci sarà molto da combattere, quelli si oppongono ai nostri obiettivi, combattere è un tuo dovere”. Da buon cittadino, della nuova Nazione, mi arruolavo. Se avessi riflettuto meglio non mi sarei arruolato: Israele non avrebbe avuto bisogno di un esercito potente, se non avesse pestato i piedi altrui, e non avrebbe avuto nemmeno bisogno di un esercito, se i suoi cittadini si fossero comportati lealmente, con rispetto per gli altri abitanti della Palestina. Appena dopo la nascita della Nazione, l’esercito d’Israele già lavorava sul campo, ed io mi stupivo della facilità con la quale esso raggiungeva i “suoi obiettivi”, e mi lasciavano perplesso i suoi obiettivi, sempre più ambiziosi del necessario. Israele cresceva,
moderne città molto simili a quelle del mio Paese d’origine, e come là c’era manovalanza a basso costo: i palestinesi vivevano in certi sobborghi, abitati solo da loro. I palestinesi, persone che non capivo fino in fondo, sia per la lingua e sia per l’indole: sempre irrequieti, ostili, sempre a dare problemi di ordine pubblico, alcuni addirittura si facevano esplodere, forse per fanatismo religioso. Non capivo come si potesse arrivare al punto di morire pur di uccidere noi, quell’odio sproporzionato: ma io non nutrivo
odio verso di loro. Se avessi riflettuto meglio avrei capito: negli anni avevamo tolto loro la terra, l’acqua, le risorse, le ricchezze, la possibilità di un futuro, la libertà, ed a loro non restava altro che loro stessi, la loro religione, il loro orgoglio. Venerdì ho ricevuto una telefonata da mio nipote, dal fronte, a Gaza: ha detto che è facile come bere un
bicchier d’acqua, e che non c’è onore nel combattere con il suo carro armato contro persone armate solo di pietre. Mio nipote ha detto che non capisce se questa sia una guerra, e non capisce se lui sia un soldato, perché se non lo fosse, allora quei mille morti palestinesi non sarebbero caduti di guerra, ma sarebbero persone assassinate. Sento una profonda tristezza, in fondo al cuore: se avessimo riflettuto meglio, non saremmo a questo punto.
Cordiali saluti.

Silvano Madasi

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