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The days after

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2 novembre 2012

Caro direttore,
praticamente giornalmente succede qualcosa assistendo a “days after” di disastri e disgrazie per calamità naturali, che sembrano aver aumentato il ritmo, ritrovandosi a quantificare i danni e le perdite, procurati anche da incaute scelte o azioni umane, interferendo ad es. sull’innalzamento climatico, che fra l’altro ancora non impedisce mali minori come “improvvise nevicate a Roma d’inverno”.
Ci si deve “inchinare”, o piegare, al volere di potenze “irriverenti e spietate”, prendendo atto degli eventi vivendo talmente nel terrore da aver paura di stare al mondo e si capisce bene perché già dai primordi si preferivano “ripari rialzati”, secondo i casi o come normalmente avviene nel regno animale, non facendosi spiegare due volte la lezione e mentre ad es. in Giappone i nuovi grattacieli resistono a forti scosse, a New York, o dove si dovrebbe essere emancipati, abbiamo metropoli prospicienti l’oceano, “Pacifico”, preda di venti più che violenti che da esso si generano e in Thailandia isole di pochi metri sopra il livello con intere povere popolazioni in balia di maremoti e tsunami, a fronte di vittime per siccità e malattie, condizionando mosse o iniziative in merito costringendo a “sbarcare il lunario”, allo sbando senza prospettive.
Indotti a pensare che “noi”, con tutte le nostre beghe, siamo fortunati e stiamo bene, ultimamente in questo senso le opinioni sono cambiate e certe situazioni dovrebbero almeno avere contro effetti socializzanti pacificatori, o di coesione fra i popoli ma invece non si placano definitivamente odi e guerre, o istinti bellici, a scapito di persone dimenticate o compatite, prese fra due fuochi e non instradate pur avendo vie di scampo apparenti o precluse.
Esiste la solidarietà ma è soprattutto mettendosi a disposizione l’uno per l’altro con le proprie esperienze, concentrandosi in aiuti umanitari strutturali obiettivamente primari, che si combattono le “vere guerre, esistenziali,” basandosi intanto su semplici regole fondamentali di salvaguardia e tutela dell’ambiente, non affidandosi quindi solo alla buona sorte, rischiando e ripartendo punto e a capo, fermandosi all’essenziale o non andando mai oltre, rendendo vani sacrifici precedenti.
Questo vale naturalmente anche per le centrali nucleari e si sa che parlare è facile ma sottacendo non si risolve, anzi, per cui vale la pena dire una parola avvicinando le persone concretamente, non illudendosi che “il cielo” sia sempre sereno, o più blu, purtroppo costellato da luci ed ombre a volte insopportabilmente accorciandoci le già brevi permanenze terrene, aspettandoci comunque “più in là” eterne beatitudini che però logicamente comincerebbero “da qua”.
Sono opinioni derivate da fatti, funesti o deleteri, con cui si ha a che fare da sempre e a tutt’oggi globalmente presenti, in cui passandola indenni per secoli, o decenni, si tende ad arrivare inconsciamente, o volentieri, a convincersi che non sono problemi impellenti, per le sopravvivenze, anche forzatamente perché l’aumento demografico e la fame hanno inevitabilmente spinto ad invadere “certi spazi” già prontamente scartati dai nostri avi, prediligendone altri indirizzandosi verso orizzonti almeno sotto quel punto di vista più sicuri, o duraturi.
Nelle realtà odierne ogni notizia ci raggiunge in tempo reale, rendendoci per questo partecipi diversamente, coinvolgendoci non solo emotivamente ma materialmente allertandoci costantemente, instancabilmente e inevitabilmente ma non proprio così sufficientemente come auspicabile, fermando l’accelerazione di conti alla rovescia e battiti di cuori, ripristinando un vivere ecocompatibile adeguato, in simbiosi e sintonia con l’equilibrio del creato, di cui siamo parte integrante, non indispensabile, unici esseri dotati di quell’intelligenza superiore spesso volutamente e irresponsabilmente, sfruttata con ignoranza, trattando con leggerezza temi o argomentazioni che necessiterebbero di drastiche estreme delicatezze, una volta messi in ginocchio da manifeste “certezze di grandi rischi”, o risaputi pericoli percepibili immediatamente e improrogabilmente, semmai “stanziando” ma senza bisogno di tante burocrazie o Commissioni.
“Non vorrei superare l’A4”, scusate l’estensione e grazie dell’attenzione con cordiali saluti.

Valter Abele Zaccuri

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