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Trasformazione sociale

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29 agosto 2011

Egregio Direttore,

mi è capitato di leggere recentemente l’estratto del discorso che un importante uomo politico del recente passato, Enrico Berlinguer (1922-1984), tenne al “convegno degli intellettuali” il 15 gennaio 1977 al teatro Eliseo di Roma.

Penso che tale discorso, a prescindere dall’ideologia politica dell’autore, anche dopo oltre trenta anni sia più che mai attuale e potrebbe essere condiviso oggi da ogni persona di buon senso che sia dotata di senso civico, indipendentemente da qualsiasi appartenenza politica.

Ho notato altresì che le argomentazioni sostenute da Berlinguer in quel discorso sono state oggetto di trattazione, discussione, approfondimenti e dibattiti di importanti uomini politici di ogni partito, giornalisti ed opinionisti in varie occasioni.

Ritengo quindi opportuno portarlo a conoscenza dei Suoi lettori in questo momento difficile del nostro Paese. Gradirei anche poterne avere riscontro leggendo un loro pensiero sulla Sua rubrica.

<< Viviamo in uno di qui momenti nei quali per alcuni paesi, e in ogni caso per il nostro, o si avvia una trasformazione rivoluzionaria della società o si può andare incontro alla rovina comune delle classi in lotta: alla decadenza di una civiltà, alla rovina di un paese. Ma una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo Mondo (oggi possiamo aggiungere: e del Mondo Arabo). E ciò comporta per l’occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario…

Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità imprescindibile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base…

Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico entrato in crisi… Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo – ed è per questo che essa può e deve essere fatta propria dal movimento operaio – quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova…

Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale. >>

Martino Pirone - Arcisate

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