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Ulivo del nord e partito democratico: la sfida è la stessa

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11 settembre 2006

1. La discussione sul partito democratico aiuterà davvero la costruzione di una casa comune delle diverse anime del riformismo italiano se saprà misurarsi con la sfida del governo e della risoluzione dei problemi che il Paese ha di fronte.
La Prealpina di domenica richiamava l’attenzione sul rapporto tra tasse pagate dal cittadino e prestazioni sociali ricevute dallo Stato, rilevandone il saldo negativo: da noi una parte importante delle tasse non ritorna al cittadino sotto forma di prestazioni ma serve per pagare gli interessi di un debito molto elevato, oppure si perde in sprechi e inefficienze della una macchina statale.
Sono cronaca quotidiana le difficoltà in cui versano i trasporti lombardi, dalle code sull’auto-laghi, ai disagi dei pendolari, ai problemi di Malpensa. E’ persino banale dirlo: quella delle infrastrutture è una delle emergenze più avvertite dai cittadini lombardi, in termini di peggiore qualità della vita, e dalle imprese, come freno alla competitività.
Nei servizi pubblici il nostro sistema non si è adeguato a quegli standard di gestione industriale, richiesti dalle norme UE, che dovrebbero assicurare, in particolare penso al servizio idrico, più efficienza e maggior tutela dell’ambiente e della risorsa acqua.

2. Basterebbero questi capitoli, tralasciando di parlare di scuola e ricerca, sicurezza del lavoro, immigrazione o sanità per misurare la portata dei problemi che stanno davanti a noi. Dare concretezza alla discussione sul partito riformista significa non perdere di vista la primaria necessità del suo sbocco, che è quello di far nascere un soggetto politico che, per solidità di riferimenti culturali e politici, ancoraggio popolare e consenso, abbia la forza necessaria per affrontare i problemi indicati. Che sia nuovo non per autodefinizione, ma perché così percepito dagli elettori, soprattutto per la sua capacità di accogliere e non escludere, il contributo di tutti coloro che si sentono partecipi di questa sfida.
Non interessa nessuno una discussione astratta sul tasso di ‘centrismo’ o di ‘sinistrismo’ necessari ad un partito che dovesse nascere da simili dispute: così, sarebbe già vecchio e perciò inutile. Utile e urgente è invece approfondire l’analisi delle esperienze di governo, nazionale e locale, già condotte dall’Ulivo.

3. Sinistra, cattolici democratici e liberaldemocratici hanno fatto insieme la scelta dell’euro, approvato le riforme Bassanini, affrontato le modifiche costituzionali. Oggi l’alleanza dell’Ulivo guida il governo e la gran parte delle regioni. Il confronto non è “se vogliamo governare”, ma su come riformare lo stato sociale (senza colpire i più deboli), su come far pagare le tasse a tutti (senza che il fisco appaia un nemico dei cittadini onesti e laboriosi), su come realizzare il federalismo e valorizzare i governi locali, su come integrare gli immigrati e sconfiggere le paure su cui cresce il razzismo, avendo chiaro che l’immigrazione è un problema, ma gli immigrati sono persone.
Su questi temi vale pena di discutere, appassionarsi, impegnarsi nella ricerca di proposte di governo, sapendo che esse saranno tanto più efficaci e vincenti, quanto più rispondenti alle diverse e specifiche realtà sociali, economiche e territoriali dell’Italia. In questa ricerca siamo già impegnati oggi, DS e Margherita, partendo dalle nostre culture tradizionali, del solidarismo cattolico, del riformismo socialista (che proprio qui al nord hanno scritto una storie importanti) ma attenti anche alle novità del dibattito contemporaneo.
Quanto al malessere del nord, certo, la destra e la lega hanno tratto da esso la base per un ampio consenso elettorale che perdura, ma hanno fallito la prova del governo: il nord e l’Italia hanno perso 5 anni sul cammino della modernizzazione. Sta al centrosinistra raccogliere la sfida, anche e soprattutto qui.
Nel trattare la “questione settentrionale” la distanza tra la destra e il centro sinistra comincia dal saper inserire la soluzione dei problemi del nord in una visione nazionale. La differenza non è tra chi ha letto Cattaneo e chi no, ma tra chi usa il nome del pensatore lombardo come puro pretesto e chi pensa alla sua lezione come qualcosa di utile all’Italia, una indicazione perchè la cultura delle città e dei territori, fatta di lavoro e di ricerca, non sia contrapposta ma integrata in un disegno nazionale ed europea.

Roberto Caielli

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